TAGS: Elephant, Rock, White Stripes

"Quel disco è molto minaccioso nella maniera meno minacciosa possibile". Così il batterista Victor De Lorenzo ricorda il primo album del suo gruppo, i mai troppo osannati Violent Femmes. La stessa definizione si potrebbe estendere a "Elephant" e ai suoi creatori, i White Stripes. Jack e Meg White sono ormai uno degli argomenti preferiti della stampa specializzata ma restano una presenza felicemente eccentrica nel mondo dei gruppi rock da copertina. Il loro metodo operativo segue infatti regole opposte a quelle del manuale della perfetta band di successo: formazione ridotta all'osso (chitarrista-cantante e batterista, tutto lì), secco rifiuto della tecnologia digitale, ammirazione dichiarata per i vecchi eroi del blues (la generazione di Robert Johnson più che quella di B.B. King), suoni rustici da garage. La "minaccia" dei White Stripes consiste nella loro capacità di attirare attenzione e pubblico ribaltando gran parte degli usi correnti nel pop con la loro semplice esistenza. Per giunta, i due non mandano rumorosamente affanculo nessuno, come esigerebbe il copione del ribelle iconoclasta. Anzi, parlano di innocenza perduta e lamentano la scomparsa della sensibilità, soffocata dal bullismo di successo. Musicalmente, "Elephant" segue la stessa trama dei lavori che lo hanno preceduto. Annunciato come un album malinconico, si è trasformato invece in un lavoro più aggressivo rispetto alle intenzioni iniziali. Non ci sono concessioni a una maggiore pulizia formale: la chitarra di Jack White difficilmente verrà citata ad esempio dai maestri di musica e Meg White picchia sulla batteria con una tecnica elementare. A fare la differenza con migliaia di altri gruppi simili è la capacità di Jack di scrivere una buona canzone con un semplice riff o una manciata di accordi elementari. "Elephant" è pieno di esempi del genere: il quattro quarti quasi tribale dell'iniziale "Seven nation army" (il primo singolo), il quasi-gospel "There's no home for you here", il siparietto minimale di "Cold cold night" (cantato da Meg e descritto da Jack come un incrocio fra Peggy Lee e Mazzy Star), lo stringato garage-punk di "Hypnotize". Non tutto è perfetto e la passione per la tradizione può anche giocare qualche scherzo, come accade nella lunga "Ball and biscuit", il momento in cui i White Stripes più si avvicinano ai manierismi di un gruppo da pub impegnato a martirizzare il blues. Qualche episodio ("Black math" e "Girl, you have no faith in medicine") mostra più di altri un'inevitabile aria di già sentito, ma viene riscattato dalla foga con cui i due ci si avventano. Si tratta comunque di peccati veniali, trascurabili in confronto ai momenti migliori. A questi aggiungiamo pure la cover di "I just don't know what to do with myself" (Bacharach come lo avrebbero rifatto i Sonics, più o meno) e "It's true that we love one another", buffo triangolo country fra Jack, Meg e Holly Golightly.
Prima di venire travolti dalle probabili esagerazioni della stampa inglese, provate ad ascoltare "Elephant". Forse non sarà il futuro della musica ma è un presente che profuma di passione per il rock più che di strategie di marketing.

(Paolo Giovanazzi)

TRACKLIST
"Seven nation army"
"Black math"
"There's no home for you here"
"I just don't know what to do with myself"
"Cold cold night"
"I want to be the boy"
"You've got it in your pocket"
"Ball and biscuit"
"The hardest button to button"
"Little acorns"
"Hypnotize"
"The air near my fingers"
"Girl, you have no faith in medicine"
"It's true that we love one another"





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