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Arrivano i “twangueros”. Così si presentano nella circostanza i due co-protagonisti di “Mambo sinuendo”, Ry Cooder (non c’è bisogno di presentazioni) e Manuel Galbán, leggendario chitarrista, negli anni ’60, del gruppo doo wop cubano Los Zafiros, rilanciato in orbita da quel formidabile volano promozionale che si è rivelato essere il Buena Vista Social Club.
Tangueros armati di chitarre che suonano in stile “twangin’ ”, in altre parole: in omaggio ai torridi ritmi dell’America latina ma anche a quell’affascinante e inconfondibile vibrato della sei corde elettrica reso immortale da stilisti sopraffini come Duane Eddy e Link Wray. Un’altra puntata nell’isola di Fidel Castro, dunque, per il californiano Cooder: dissidente in nome della musica, che per aggirare l’embargo deve aver scomodato anche stavolta i suoi santi in paradiso (e li ringrazia pure nelle note di copertina: senatori, deputati e la combattiva presidentessa dei discografici americani, Hilary Rosen). E un’altra collaborazione di lusso per lo schivo e taciturno Ryland, abituato a sdoganare musicisti di classe internazionale presso il pubblico rock: Galbán è solo l’ultimo di una lista che include l’hawaiano Gabby Pahinui, il texano-messicano Flaco Jimenez, l’indiano V.M. Bhatt e il bluesman del Mali Ali Farka Toure oltre, naturalmente, all’intera combriccola del Buena Vista.
Proprio quel disco-tour-progetto culturale, e il suo straordinario e imprevedibile successo mondiale, posano oggi una pietra di paragone scomoda per questa nuova collezione di canzoni che omaggiano la musica del “border” nord-centroamericano e il mambo di Perez Prado (in scaletta c’è anche la celeberrima “Patricia”, in versione ironicamente didascalica). E già diversi puristi e cooderiani DOC hanno arricciato il naso per una scelta giudicata troppo easy listening e, alla lunga, inconsistente in confronto all’idea forte e alla sostanza che stava alla base della prova precedente. Noi ci permettiamo di dissentire: “Mambo sinuendo” non diventerà magari un punto cardinale nella galassia di esplorazioni sonore percorse negli anni da capitan Cooder, ma con i suoi suoni deliziosamente vintage resta un disco dal fascino elegante e a tratti irresistibile. Anche perché il recupero delle fonti è niente affatto pedante, e si permette qua e là qualche tocco avventurosamente post-moderno: nella arrembante title track, per esempio, e in “Monte adentro”, figlia apparente di certo chicano-rock anni ’70. Sono gli unici pezzi guarniti di voci in un album per il resto strumentale, e i più aggressivi sul piano del ritmo, insieme con l’avvolgente festival percussivo di “Drume negrita” (dietro i tamburi, di fianco alle conga cubane e al contrabbasso di Orlando Cachaíto López – un altro reduce del Club - si alternano il figlio di Cooder, Joachim, e lo schiacciasassi Jim Keltner). Il resto sfoggia, come d’uso, matrici più tradizionali ed un appeal che dovrebbe far gola agli amanti più raffinati della lounge e dell’exotica, senza per questo tradire le aspettative di chi da Cooder si attende rigore produttivo ed esecuzione impeccabile.
Il suono è volutamente rugginoso e imbastardito di suo, in omaggio a un’idea di “modernariato musicale” che la foto in copertina – riproducente un particolare di una fiammante Cadillac Fleetwood del ’57 - rende alla perfezione. Frammenti obsoleti della superiore tecnologia yankee (le auto di grossa cilindrata e fuori produzione, chitarre elettriche stagionate e primordiali) coniugati alla sensualità arcana della cultura e della musica afrocubana, saccheggiata a piene mani dal pop americano anni ’50 e ’60 in cerca di suggestioni esotiche. E’ questo il paesaggio sonoro, per metà riportato alla luce e per metà reinventato, descritto in “Mambo sinuendo”, e che ai meno giovani riporterà a galla pure qualche perduto ricordo di infanzia (lo “Sleepwalk” di Santo & Johnny, certe musiche del monoscopio Rai…). E’ un disco che si beve d’un fiato, tra una “María la o” (un altro standard) da balera tropicale e la morbidezza contemplativa di una “Secret love” che riporta per un attimo sulle sponde degli States, tra il pianoforte salsero di “Bolero sonámbulo” e i languori di “La luna en tu mirada”. Un dolce tuffo nell’amarcord, per Cooder e quelli della sua generazione, consigliabile tanto agli amanti dell’archeologia sonora che ai seguaci trendy della cocktail music. Un divertissement senza pretese eccessive, è vero: sembra che Cooder, dai tempi del Buena Vista, abbia ritrovato il suo lato più leggero e divertito, e dimesso quell’aria professorale e seriosa che da un po’ di tempo gli si era appiccicata addosso. A noi non sembra affatto una brutta notizia.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST
“Drume negrita”
“Monte Adentro”
“Los twangueros”
“Patricia”
“Caballo viejo”
“Mambo sinuendo”
“Bodas de oro”
“Échale salsita”
“La luna en tu mirada”
“Secret love”
“Bolero sonámbulo”
“María la o”





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