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Per chi segue le vicende della variopinta tribù musicale che oggi si raggruppa sotto la bandiera del “jam sound”, il ritorno in attività dei Phish, fermi da oltre due anni spesi a ricaricare le batterie e a svagarsi in esperienze parallele, rappresenta un vero evento. Se ne coglierà qualche piccola eco anche qui da noi, dove il quartetto del New England è abbastanza conosciuto in virtù di alcune apparizioni dal vivo e come capostipite di quel rinascimento neopsichedelico che, prendendo le mosse da dove i Grateful Dead si erano fermati, sta rivoluzionando il modo di fare musica live negli Stati Uniti (chiedetelo, tra gli altri, agli organizzatori del Jazz and Heritage Festival di New Orleans, invasa negli ultimi anni da una pacifica orda di giovanissimi freaks in cerca di happening musicali e good vibrations). Che hanno combinato, i quattro, nel frattempo? Trey Anastasio – il leader, se un termine del genere ha senso per un combo e un progetto artistico così anarcoidi - ha assemblato una big band in odor di funk e jazz con cui ha girato gli States e confezionato un disco che a molti (noi ci escludiamo dal mucchio) non è piaciuto un gran che. Il pianista Page McConnell si è a sua volta sbizzarrito con un trio, Vida Blue, questo sì autore di un disco piuttosto interlocutorio e sconclusionato. Mentre il bassista Mike Gordon, oltre a debuttare nelle vesti di regista (come autore di un documentario sui colleghi Gov’t Mule), ha inciso un disco in compagnia del grande chitarrista acustico Leo Kottke.
L’album dell’attesissima “reunion”, inciso in soli quattro giorni di registrazioni nel Vermont, non sembra aver assorbito troppo da quelle digressioni. Se non nell’umore generalmente rilassato che vi circola e nell’approccio adottato da Anastasio, che nella stanza di scrittura fa la parte del leone mettendo a frutto il rodaggio compiuto con l’omonimo album solista uscito la scorsa primavera: per lui, sembra di capire, la composizione e la partitura contano oggi quanto e forse più dell’esecuzione e dell’improvvisazione. Rimarrà sorpreso, tuttavia, chi si aspettasse il sequel di “Farmhouse”, un disco compatto e conciso in cui i quattro rinunciavano a certi deliri lisergici ed eccentricità zappiane per inseguire un modulo di canzone succinta e di immediata comunicativa, vicina al power pop radiofonico come a certo roots rock anni ’70. Non che quella strada venga abbandonata del tutto, ma i Phish di “Round room” sembrano preferire al clima estivo e spensierato del predecessore atmosfere di quieta meditazione melodica, a volte dilatate fino ai dieci minuti di durata e costruite per lo più sul fitto interplay tra la chitarra elettrica di Anastasio e gli arpeggi, eleganti e classicheggianti, del pianoforte di McConnell. Canzoni pop e cori ce ne sono ancora, a profusione: “Anything but me”, “Mexican cousin”, “Mock song”, “Friday” (con una brillante coda strumentale e un ispirato fraseggio alla sei corde). Un po’ beatlesiane, un po’ sghembe e friabili come la voce di Anastasio, ma abbastanza “stoned” e imprevedibili, in loro certe scorciatoie e balzi melodici, da evitare quasi sempre le trappole del risaputo. I pezzi chiave, e non solo perché aprono e chiudono rispettivamente la raccolta, sono invece “Pebbles and marbles” e “Waves”, entrambe lunghissime. La prima, in oscillazione tra sinuose ritmiche jazz e fughe cacofoniche, ricorda che questa non è una rock band qualunque e che lo sberleffo al galateo sonoro è sempre dietro l’angolo; la seconda, che solo dopo tre minuti abbondanti di liquida “intro” si apre su un’ipnotica frase circolare che evoca Haight Ashbury come Coltrane, li ripropone come degni successori dei Dead all’inseguimento della vibrazione cosmica perfetta (Trey Anastasio non ha il carisma di Jerry Garcia, ma come guru della nuova “musica per la mente” ha le sue buone credenziali da giocare). C’è anche un po’ di prog rock e di robusto rhythm and blues (“46 days”), e ci sono colorati cubi di Rubik musicali come “Seven below” e “Walls of the cave”, dove i Phish si impegnano nella difficile quadratura del cerchio tra riff, ritmo, melodia pop e improvvisazione (che avrà modo di dilatarsi nella dimensione live). A volte capita ancora che girino a vuoto, avvitati sulle troppe idee che gli passano simultaneamente per la testa. Ma hanno “visione”, personalità, intuito, preparazione strumentale. E un senso dell’avventura musicale che si guadagnerebbe il plauso del vecchio Captain Trips, fosse ancora qui tra noi.

(Alfredo Marziano)

TRACKLIST
“Pebbles and marbles”
“Anything but me”
“Round room”
“Mexican cousin”
“Friday”
“Seven below”
“Mock song”
“46 days”
“All of these dreams”
“Walls of the cave”
“Thunderhead”
“Waves”





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