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La discografia di John Lennon - meno imponente di quanto si possa credere - è fra le più…


La discografia di John Lennon - meno imponente di quanto si possa credere - è fra le più qualitativamente discontinue. Ad alcuni album musicalmente del tutto trascurabili (“Unfinished music 1” e “Unfinished music 2”, “The wedding album”) ma importanti dal punto di vista documentaristico e storico si affiancano altri lavori riusciti solo parzialmente (e la parte non riuscita è quella che riguarda le canzoni non di Lennon incluse nei dischi: il lato B di “Plastic Ono Band Live in Toronto”, “Some time in New York City”, “Double fantasy”), e altri ancora che contengono alcuni brani di altissimo livello e altri decisamente inferiori alla media (“Mind games” e “Walls and bridges”). Restano fuori da questo elenco, oltre ai crudeli e inutili postumi voluti dalla Vedova Nera, un episodio assolutamente atipico come “Rock’n’roll” (un disco fresco e gradevolissimo, che a me piace molto ma che difficilmente si potrebbe considerare come un disco “di” Lennon, essendo in sostanza una raccolta di cover), e i primi due album “non sperimentali” pubblicati da John come solista, dopo lo scioglimento dei Beatles.
Al momento di decidere se includere in questa rassegna di dischi “fondamentali” l’uno o l’altro dei due album sopra citati (“John Lennon / Plastic Ono Band”, 1970, o “Imagine”, 1971) ho esitato un po’. A mio parere, il primo dei due è un lavoro più intenso, più sincero, più drammatico, benché indubbiamente più grezzo; il secondo, meglio rifinito e più “maturo”, ha in sé le ragioni - positive e negative: ne parleremo - che comunque lo rendono più atto ad essere considerato un album di riferimento.
Registrato nel luglio del 1971 negli studi privati di Lennon, nell’otto piste che si era fatto allestire nella casa di Tittenhurst Park, con la coproduzione di Phil Spector, il disco uscì in formato album con una confezione che conteneva un grande manifesto di John seduto al pianoforte, e una cartolina in cui Lennon era fotografato mentre teneva un maiale per le orecchie: evidente parodia della foto di Paul McCartney con il caprone che s’era vista sulla copertina di “Ram”. Il titolo è ispirato ad alcune poesie di Yoko Ono (contenute nella raccolta “Grapefruit”) che iniziano appunto con la parola “Imagine”. E “Imagine” è anche la canzone che apre il disco, ed è anche la più nota del disco, ed è anche la più nota delle canzoni di John Lennon. Vorrei aggiungere “purtroppo”: perché l’uso e l’abuso che sono stati fatti di questo (bellissimo) brano l’hanno reso ormai banale, scontato, consunto. Aggiungerei che risulta anche più doloroso constatare come l’amarezza di fondo del testo, quasi lo scetticismo che lo caratterizza (temperato solo, nel finale, da un alito di speranza) non siano più compresi, tanto che la canzone è diventata un banale inno del buonismo per tutte le stagioni e per tutte le parti politiche e sociali. Eppure una delle sue frasi più pregnanti è proprio “imagine there’s no countries... nothing to kill or die for... and no religion too”: un manifesto del distacco dall’ideologia se mai ce n’è stato uno (attenzione: “immagina che non ci sia nessuna ragione per la quale uccidere o morire”. Lennon non auspica che tutti si ritrovino sotto la stessa bandiera, ma che non ci siano più bandiere sotto le quali ritrovarsi). Lo scarno tessuto musicale di “Imagine” (due pianoforti: uno suonato da John, uno suonato da Klaus Voorman - e nessuno dei due è un pianista di valore - e la batteria di Alan White) ne sottolinea l’efficacia lirica: e il cantato, severo e aspro, ne esalta la forza. Un capolavoro, insomma (la “Yesterday” di Lennon?), svilito dalle riproduzioni non autorizzate e non rispettose.
Ci sono altre due canzoni, in “Imagine”, che per un motivo o per l’altro hanno ricevuto più attenzione delle rimanenti tracce: e sono “Jealous guy” e “How do you sleep”. “Jealous guy” è una semplice e accorata canzone d’amore, scabra e dolorante, la cui bellezza sta soprattutto nella rassegnata compostezza con cui John ne canta le (banali, diciamolo) parole del testo - roba sanremese, se fossero in italiano. Peccato che sia diventata un successo commerciale nella melensa versione dei Roxy Music (melensa soprattutto per colpa di Bryan Ferry, che la canta come la canterebbe Olmo); sarebbe stato meglio non toccarla, e consegnarla agli archivi nella sua interpretazione originaria.
Per quanto riguarda “How do you sleep?”, il più violento degli attacchi verbali in forma di canzone portati da Lennon a McCartney, la sua notorietà risiede proprio in questa valenza polemica (“l’unica cosa che hai fatto è stata “Yesterday”, da quando te ne sei andato sei solo “Another day”... una faccia carina può durare un anno o due, presto si vedrà cosa sei capace di fare... avresti dovuto imparare qualcosa in tutti quegli anni... come fai a dormire, di notte?”). Mi pare ancora strano che nessuno - a mia memoria - abbia fatto notare come la rabbia di Lennon l’abbia spinto, in questo testo, a scrivere una frase come “you jump when your mamma tell you anything”. Dire questo a Paul, orfano di madre, è una gratuita crudeltà, specialmente da parte di chi - come John - conosceva bene il dolore della perdita prematura della mamma. A meno che (ma questa è un’interpretazione con doppio salto mortale carpiato) la “mamma” della frase non sia un riferimento a Linda; ma allora questa parole sono un clamoroso autogol, considerata la dipendenza emotiva che John aveva sviluppato da Yoko. La canzone, di per sé, non ha particolari meriti artistici: la sua importanza risiede soprattutto nel suo essere un episodio della diatriba personale fra i due ex Beatles.
“Crippled inside”, secondo brano del disco, è un singolare honky-tonk con Nicky Hopkins al pianoforte, George Harrison al dobro e un trio di chitarre acustiche (Ted Turner, Rod Linton e John Tout); anche nel suo testo qualcuno ha voluto vedere allusioni a McCartney, ma per quel po’ che conosco della psicologia lennoniana la canzone mi pare piuttosto un interessante momento introspettivo, che analizza l’insicurezza emotiva dell’autore (“Help!”) e utilizza un appellativo che i Beatles impiegavano per definire gli handicappati che venivano portati al loro cospetto durante le tournées (a proposito dell’ambivalenza di Lennon, va ricordato che una delle gag alla quale indulgeva più frequentemente era una feroce imitazione dei movimenti scomposti e della mimica facciale degli spastici).
“It’s so hard” è un blues radicale, punteggiato dagli interventi al sax di King Curtis: due minuti e mezzo splendidamente cantati che ne fanno la gemma nascosta del disco. Al contrario, “I don’t wanna be a soldier mama I don’t wanna die” è sovraprodotta (chitarra elettrica, pianoforte, basso, batteria, slide guitar, sassofono, due chitarre acustiche, maracas e tamburino - Mike Pinder dei Moody Blues) e troppo lunga; l’ispirazione dylaniana è evidente, ma l’eccesso di lunghezza (oltre sei minuti), la monotonia della struttura e la ripetitività schematica del testo la rendono noiosa e velleitaria.
Tutt’altra convinzione emana “Gimme some truth”, che in poco più di tre minuti concentra l’irritazione di John nei confronti degli ipocriti, dei politici, degli sciovinisti: un testo ispirato anche letterariamente, tanto che è quasi impossibile tradurlo parola per parola (ricorda i giochi lessicali di Lennon nei suoi libri di poesie, brevi racconti e limericks); anche in questo caso, l’interpretazione vocale è di straordinaria intensità.
Poi ritroviamo il Lennon idilliaco e romantico - l’altra faccia di John - in “Oh my love”, unico brano dell’album cofirmato con Yoko; delicatissima la tessitura di piano elettrico di Nicky Hopkins, sognante la voce... un haiku di due minuti e mezzo, emozionante.
Di “How do you sleep?” si è già detto; la segue “How?”, altro momento di autoanalisi e riflessione, che musicalmente anticipa certi episodi degli album che seguiranno (non sfigurerebbe nella tracklist di “Double fantasy”): eccellente il discretissimo lavoro di Alan White alla batteria, meno felici certi vezzi vocali del cantato alla fine delle strofe.
Chiude “Oh Yoko!”: spudorata canzone d’amore per la moglie, quasi un divertissement anche per certi spunti del testo (“nel cuore della notte, mentre faccio il bagno, mentre mi faccio la barba, nel bel mezzo di un sogno, dentro una nuvola... chiamo il tuo nome”). Nicky Hopkins rifà l’honky-tonk di “Crippled inside” ma con minore originalità, e Lennon si concede persino un intervento di armonica a bocca, suo vecchio amore dei primi anni Beatles.
Ecco, questo è “Imagine”. Un disco che ha più di trent’anni, ma che ancora oggi è capace di farsi ascoltare con attenzione, ancora oggi è capace di farsi analizzare con passione. E per questo ritengo meriti l’inclusione nella nostra “hall of fame” degli album imprescindibili.

(Franco Zanetti)

Tracklist:
“Imagine”
“Crippled inside”
“Jealous guy”
“It’s so hard”
“I don’t wanna be a soldier mama I don’t wanna die”
“Gimme some truth”
“Oh my love”
“How do you sleep?”
“How?”
“Oh Yoko!”

 

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22 ott 2014    Rockol - La musica online è qui Rockol.com - All your music news in one place