I dischi dal vivo possono essere un problema. Possono esserlo se ci si chiama Nine Inch Nails, se si gode di un credito pressoché illimitato verso la critica, se si ha realizzato uno dei migliori tour degli ultimi tempi e, soprattutto, se si ha una produzione discografica un po’ discontinua.
Questi sono i limiti maggiori di “And all that could have been”, primo disco dal vivo di una band –meglio di un one-man-band, Trent Reznor- che ha pubblicato solo tre dischi di studio in 13 anni di carriera.
Guardando la discografia dei Nine Inch Nails la prima cosa che colpisce è apunto la presenza di “corpi estranei”: ognuno dei tre lavori di studio del gruppo – “Pretty hate machine”, “The downward spiral” e “The fragile”, per la cronaca uno più bello dell’altro – ha subito il trattamento del remix; uno o più dischi dedicati a questa “pratica” hanno intercalato le uscite “regolari” dei NIN. L’ultima pubblicazione è stata appunto “Things falling apart”, collezione di rimescolamenti di “The fragile”, uscito a fine 2000. Questo “Live” rischia di quindi essere considerato un ennesimo modo per ingannare l’attesa: Reznor ha mediamente pubblicato un disco ogni cinque anni, e “The fragile” è uscito “solo” tre anni fa.
L'album documenta il “Fragility tour 2”, sezione americana del giro di concerti che passò pure in Italia in un paio di occasioni. Chi vi ha assistito si ricorderà un tour spettacolare e molto “visivo”, giocato sull’interazione tra la musica e gli effetti visivi; una dimensione che qui ovviamente e assente (verrà presto però pubblicato un DVD/VHS).
Le premesse per questo disco sono alquanto complicate, quindi. A ciò si aggiunge che i NIN hanno deciso di riservare la parte più interessante di questo progetto – un secondo CD chiamato “Still” registrato dal vivo ma con versioni stravolte di alcuni brani e diversi inediti- ad una edizione limitata. Il quadro è completo e non molto confortante.
Fatte queste premesse, “And all that could have been” è un disco piacevole (per quanto può essere “piacevole” la musica di un gruppo cupo e ossessivo come i NIN). Documenta fedelmente l’aggressività sonora che Reznor, uno che solitamente si incide i dischi da solo, ma che nell'ultimo tour ha suonato con una band vera e propria, soprattutto in brani come “Terribile lie”, “March of the pigs” o la stupenda “Closer”, forse la miglior canzone del repertorio. In alcuni casi, come in “Sin” a prevalere è la componente elettronica (quasi i Nine Inch Nails fossero dei New Order più sporchi); in altri, come nell’accoppiata “The frail”/ “The wretched”, prevale una dimensione più lirica, quasi e melodica.
Dopo aver ascoltato “And all that could have been” non muterete il vostro giudizio, in altre parole: se li amate, li amerete ancora. Se li ritenete insopportabili, non cambierete idea. Il nostro pensiero è che, pur con tutta la stima che nutriamo per i NIN, questo live poteva essere molto di più, come peraltro suggerisce il titolo. La potenza epslosiva dal vivo del gruppo, la magia di un bellissimo tour come il “Fragility” è riprodotta solo parzialmente su questo disco.
(Gianni Sibilla)
TRACKLIST:
“Terribile lie”
“Sin”
“March of the pigs”
“Piggy”
“The Frail”
“Gave up”
“The great below”
“The mark has been made”
“Wish”
“Suck”
“Closer”
“Head like a hole”
“The day the world went away”
“Star****ers, Inc. ”
“Hurt”
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