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Soul / R&B,
THE RAINBOW CHILDREN
Dopo gli anni come "Tafkap", "The artist" e altri impronunciabili pseudonimi, un anno fa Prince ha riacquisito il suo “nome di battesimo” artistico. Ecco ora il primo disco firmato con quel soprannome semplice semplice con il quale divenne famoso alla fine degli anni ‘80.
L’irrequieto artista di Minneapolis rimane, comunque, indefinibile ed inafferrabile: dopo avere litigato e rotto praticamente con ogni casa discografica (l’ultima in ordine di tempo è la Arista, che pubblicò due anni fa “Rave un2 the joy fantastic”, ancora con il vecchio, “simbolo”), questa volta ha deciso di fare tutto da solo. “Rainbow children” è stato messo prima in vendita tramite download sul sito ufficiale www.npgmusicclub.com; ora viene distribuito tramite vari negozi “elettronici” della rete.
Ancora una volta, però, Prince non si smentisce: “Rainbow children” è un disco ambizioso e magniloquente, anche se musicalmente abbastanza omogeneo nei suoi riferimenti alla fusion più classica. I 70 minuti e passa di musica dimostrano ancora una volta la prolificità del Nostro: si passa dalle ritmate atmosfere di “The work part. 1” e “1 + 1 is 3”(brani funky in salsa James Brown) alle più soffuse atmosfere soul di “The sensual everafter” e “She loves me 4 me”. Il tutto, però, è spesso condito da una fastidiosissima voce rallentata che “narra” incomprensibili frasi negli intermezzi tra una canzone e l’altra.
Insomma, “Rainbow children” è un disco che racconta Prince, nel bene e nel male: un musicista capace di alzate d’ingegno fantastiche, che si trasformano in stupende canzoni; ma anche un artista talmente consapevole dei suoi mezzi da trasformare spesso le sue idee in torrenziali (e fastidiose) suite senza capo né coda (come il lungo intermezzo di 8 minuti di “The family name”). Un artista in generale convinto che ogni sua canzone sia buona, e come tale degna di essere pubblicata.
Prince va apprezzato per la sua lotta al music business. Musicalmente, però, dovrebbe fare un po’ più di autocritica ed imparare ad usare le cesoie. “Rainbow children” è un buon disco, ma davvero troppo logorroico, come buona parte della produzione del nostro. Se durasse 25 minuti di meno, se avesse meno intermezzi, si potrebbe pensare ad compiuto ritorno alle proprie origini nere. Invece è un disco buono solo a tratti, con parecchie cadute di tono.
Se vi piace l’artista, adorerete questo album, che comunque contiene alcune delle sue migliori cose degli ultimi tempi. Se non lo sopportate, girate alla larga: qua c’è materiale a sufficienza per infastidirvi a lungo. Se, invece, non lo conoscete, è meglio iniziare da dischi come “Sign o’ the times” o “Around the world in a day”, che rimangono vette mai più raggiunte.
(Gianni Sibilla)
TRACKLIST:
“Rainbow children”
“Muse to the pharaoh”
“Digital garden”
“The work part. 1”
“Everywhere”
“The sensual everafter”
“Mellow”
“1 + 1 is 3”
“Deconstruction”
“Wedding feast”
“She loves me 4 me”
“Family name”
“The everlasting now”
“Last december”
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