E' da qualche anno che dagli Stati Uniti arrivano musicisti votati al crossover più spinto, una pasta dai colori forti, venata con le tinte del rock, del soul, del metal o del funk. Gli Incubus di Brandon Boyd, a questo genere ibrido, avevano fatto capire di ispirarsi sin dai tempi del loro primo disco autoprodotto, "Fungus amungus" (1995), e poi con il successivo "Enjoy Incubus", un anno dopo, entrambi calibrati su un sulfureo sound di chitarre pesanti, ritmica funk ed efficaci melodie che facevano ben sperare: una formula (a metà strada tra lo stile di Red Hot Chilli Peppers, Faith No More e Pearl Jam) che, non a caso, li fece conoscere in fretta a teenager e metallari incalliti, soprattutto europei. Ma già con "Make yourself", l'album della definitiva consacrazione a livello internazionale (ri-edito dalla Sony/Epic un anno fa, in versione bonus track), questo continuo fare e disfare sotto il segno del rock duro ha cominciato a perdere grinta e originalità, virando verso aperture più morbide rispetto al passato e facilmente abbordabili da giovani rockettari in cerca di idoli da consumare. Su questa strada, e senza troppe mascherature, si colloca anche il nuovo "Morning view", pubblicato a due anni di distanza dalla prima versione di "Make yourself", in cui gli Incubus suonano come cinque scafati musicisti ma con ben poche idee nel sacco. Ecco perché, alla fine, passate le tredici canzoni del disco (per un totale di un'oretta priva di sussulti), è più una sensazione di noiosità ad assalire l'ascoltatore invece che una sana ventata di energia. Intendiamoci: "Morning view" è un album che si ascolta anche facilmente e che può certo piacere ai patiti di questo genere; i brani in scaletta, in alcuni casi forse un po' troppo lunghi e ridondanti, mostrano comunque un robusto crossover che a molti non farà dispiacere e gli arrangiamenti sono curati dal bravo Scott Litt. Detto questo, però, rimane in ogni caso difficile provare entusiasmo per "Morning view". Neppure cosiderando le canzoni meglio riuscite: l'iniziale "Nice o know you", l'epica "Wish you were here" o la soddisfacente "Echo". Il resto suona come una manciata di pezzi pigri nel loro incedere e anche abbastanza banali con quella loro ruvida crosticina rock già assaggiata in tante altre occassioni (vedi per esempio "Just a phase" o "Blood on the ground", tanto per citarne un paio). Sinceramente non è molto. Anzi, è pochissimo.
(Massimiliano Leva)
TRACKLIST
"Nice to know you"
"Circles"
"Wish you were here"
"Just a phase"
"11am"
"Blood on the ground"
"Mexico"
"Warning"
"Echo"
"Have you ever"
"Are you in?"
"Under my umbrella"
"Aqueous transmisssion"