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Rock
Nell’autunno del 1969 l’album di debutto di un gruppo dell’area di San Francisco, semisconosciuto fin quando Bill Graham ne aveva praticamente imposto la presenza agli organizzatori del festival di Woodstock, aveva venduto un paio di milioni di copie e prodotto un singolo da classifica, “Evil ways”. Il gruppo si chiamava con il cognome del chitarrista, Santana, e anche l’album aveva preso lo stesso titolo. I musicisti che avevano suonato quell’album erano José Chepito Areas (conga, percussioni, timbales), David Brown (bass), Mike Carabello (conga, percussioni), Coke Escovedo (percussioni), Luis Gasca (tromba), Gregg Rolie (tastiere, organo, pianoforte, voce), Carlos Santana (chitarra e voce), Neal Schon (chitarra), Michael Shrieve (batteria).
E fu questa, più o meno, la formazione che andò immediatamente in tour per capitalizzare il successo del disco; ma quando si trattò di pensare a un nuovo album, l’eccitazione dell’improvviso successo lasciò il posto a una fondata prudenza. “Il primo album l’avevamo registrato in tre settimane, stando in studio fino a sedici ore al giorno. Non eravamo soddisfattissimi del sound che ne era venuto fuori; con il nuovo disco volevamo fare di meglio”. Così la band ingaggiò Fred Catero, tecnico del suono di grande esperienza, ed entrò negli studi Wally Heider di Frisco. Stavolta la formazione era: José Chepito Areas (conga, percussioni, timbales), David Brown (bass), Mike Carabello (conga, percussioni), Gregg Rolie (tastiere, organo, pianoforte, voce), Carlos Santana (chitarra e voce), Michael Shrieve (batteria). Sono questi i sei musicisti che firmano collettivamente un grande album; un disco che – a differenza di alcuni altri lavori dei quali abbiamo parlato in questa rubrica – a oltre trent’anni dall’uscita conserva una freschezza e una gradevolezza straordinarie.
Spesso considerato come il primo esempio vero e proprio di “latin rock”, in realtà “Abraxas” sfugge a una categorizzazione così precisa: certo il suono tropicale è presente e caratterizzante, ma nei nove brani del disco ci sono anche jazz e blues, salsa e musica cubana, mescolati in un calderone sonoro ribollente e sorprendente. Se i due brani che trainarono l’album al numero uno delle classifiche di “Billboard” sono la ballabilissima “Oye como va” (firmata da Tito Puente) e “Black magic woman” (un brano scritto da Peter Green per i suoi Fleetwood Mac e che il gruppo non apprezzava a sufficienza da inciderla), quasi tutte le altre tracce del disco possiedono un valore aggiunto: la lenta e suggestiva “Samba pa ti”, modello di riferimento per numerose altre composizioni future di Carlos Santana; la composita “Incident at Neshabur”, la sognante e strumentale “Singing winds, crying beasts”, la ritmatissima “Se a cabo”, le roccheggianti “Mother’s daughter” e “Hope you’re feeling better” scritte da Gregg Rolie, la conclusiva, brevissima e percussiva “El Nicoya” (siglata da Jose Chepito Areas).
Avvolto in una bellissima copertina affollata di simboli – che contribuì significativamente alla notorietà del disco – “Abraxas”, originariamente edito nel 1970, è senz’altro il miglior lavoro di Santana inteso come band, e il più memorabile per l’equilibrio delle componenti stilistiche e dei ruoli dei singoli membri della band; in futuro, il chitarrista fornirà prove più alte e tecnicamente pregevoli, ma – come si dice – se dovete avere un solo disco di Santana, deve essere questo.
(Franco Zanetti)
Tracklist:
“Singing winds, crying beasts”
“Black magic woman” / “Gipsy queen”
“Oye como va”
“Incident at Neshabur”
“Se a cabo”
“Mother’s daughter”
“Samba pa ti”
“Hope you’re feeling better”
“El Nicoya”.
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