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TEN NEW SONGS
Un personaggio fuori da ogni schema dello showbiz. Un outsider o, meglio, un "Beautiful loser". Leonard Cohen è tutto questo e molto altro. Difficile che delle parole, quelle parole che sono il fulcro della sua carriera non solo musicale, possano spiegare davvero chi è.
Cohen, che ormai vive ritirato in un monastero e che ha fatto del distacco dal mondo la sua ragione di vita, torna e dà alle stampe il primo disco di nuove canzoni dopo 9 anni da "The future" (1992). Il CD si intitola laconicamente "Ten new songs" e già questo la dice lunga. A differenza delle sue abitudini Cohen si è prestato a parlare con i media (potete leggere le sue dichiarazioni nella sezione interviste di Rockol), ma ciò non semplifica il compito del recensore, che si trova di fronte ad un disco anomalo di un personaggio già di per sé anomalo.
Il lavoro è realizzato con Sharon Robinson, che già aveva collaborato in altre diverse occasioni con Cohen: sia in "I'm your man" che in "The Future", ultimi due dischi di studio del cantautore, comparivano brani scritti e cantati con la cantante. Questa volta la Robinson compare come autrice, seconda voce, arrangiatrice e responsabile della programmazione di tutti i brani e questo è sicuramente il limite maggiore del disco: Cohen infatti, come è noto, nasce come letterato e non come musicista e cantante. Ma ciò nonostante, o forse proprio per questo, ha saputo attirare l'attenzione di critici e pubblico, per la sua voce profonda e per gli arrangiamenti della sua musica scarni e mai sopra le righe. "Ten new songs", pur radicalmente diverso da "The future" o "I'm your man", segue comunque questa scia ideale. Ma lascia un po' perplessi, in alcuni casi: le canzoni sono costruite su suoni sintetici "old fashioned", come batterie elettroniche, tastiere e linee di basso riprodotte su sintetizzatori. Pochissimi gli interventi musicali esterni. In alcuni casi, come nella stupenda "In my secret life", il gioco riesce. In altri, come in "A thousand kisses deep" l'arrangiamento è minimale, ma davvero naif, tanto che quasi riesce a rovinare le stupende interazioni vocali tra il tono cupo e meditativo di Cohen e quello più nero della Robertson.
Poi ci sono i testi. Per parlare delle parole di Cohen ci vorrebbe lo spazio di un libro, non quello di una recensione. Per darvi un'idea di quello che Cohen è capace di scrivere con il suo stile secco, asciutto e tagliente, riportiamo solo le parole finali del disco, quelle di "The land of plenty": "Per la decisione più intima/ alla quale non possiamo che obbedire/Per tutto quello che rimane della nostra religione/ Io alzo la mia voce e prego:/ Nella terra dell'abbondanza possano le luci / un giorno splenderà sulla verità ". Ogni altra parola è davvero superflua.
(Gianni Sibilla)
Tracklist:
"In my secret life"
"A thousand kisses deep"
"That don't make it junk"
"Here it is"
"Love itself"
"By the river dark"
"Alexandra leaving"
"You have loved enough"
"Boogie street"
"The land of plenty"
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