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SONGS FROM THE WEST COAST
Da molti anni – ma ormai ne avevamo perso il conto – Elton John si era trasformato in una sbiadita parodia di se stesso, in grado di giocare soltanto con le collaudate recenti formule, stantie e melense. Era triste sentirlo così privo di fantasia, e non in pochi l’avevano dato per spacciato; altri ancora non ci avevano fatto neppure caso: Elton è uno che si può amare od odiare all’inverosimile, complice una non proprio riuscita gestione del personaggio, facilmente incline ai vizi e al cattivo gusto. Dopo aver realizzato varie colonne sonore ed aver accumulato un bagaglio stipato di pettegolezzi, Elton ha inaspettatamente messo da parte tutte le paure raccolte in trentacinque anni di carriera; quelle stesse che gli hanno impedito di alzarsi dalla sua comoda poltrona di velluto rosso, quasi vi fosse inchiodato a forza.
“Songs from the West Coast”, il quarantesimo disco del baronetto di Pinner, ha il sapore agrodolce dei ricordi d’infanzia, quelli che ti sovvengono inaspettatamente mentre cammini per la strada. Dimenticati gli arrangiamenti carichi di fronzoli elettronici che lo facevano sentire “giovane e alla moda”, Elton ha licenziato il produttore Chris Thomas in favore delle schiette atmosfere di Patrick Leonard e ha richiamato alla sua corte i fedeli musicisti degli esordi, Davey Johnstone alla chitarra, Nigel Olsson alla batteria e Paul Buckmaster alle orchestrazioni.
Il risultato è un lavoro irruente e articolato, con chiari riferimenti al suono degli inizi della carriera e a dischi come “Tumbleweed connection” e “Madman across the water”. Il titolo di questo disco, allora, suona come un gioco di parole: la costa ovest è il luogo in cui l’album è stato registrato (in California, per la precisione). Ma è anche la West Coast musicale, quella dei Beach Boys, a cui Elton si rifaceva allora e si rifà oggi.
In “Songs from the West Coast” si intrecciano virtuosismo pianistico e cori gospel, country, folk, soul e blues. Anticipato dal singolo “I want love”, una ballata che avrebbe potuto incidere John Lennon, il disco è costellato di piccole gemme, come la prima traccia, sfacciata e malinconica, intitolata “The emperor’s new clothes”, la nostalgica “Look ma, no hands” o il travolgente blues di “The wasteland”, un omaggio all’anima tormentata del chitarrista Robert Johnson. Il disco deve l’ottima riuscita anche ai testi del fedele paroliere Bernie Taupin, che raccontano di vite fatte di perdizione, disfatte e rivincite: “American triangle” è la storia di un ragazzo gay assassinato, “The boy in the red shoes” parla di un ballerino malato di AIDS.
Le immagini del recente passaggio televisivo al Festivalbar ci hanno mostrato un Elton a metà tra la noia e la gioia, ritrovata, di avere a che fare con un disco in cui finalmente credere davvero. Per tutti, speriamo che in futuro prevalga la seconda.
(Gianni Sibilla)
TRACKLIST
“The emperor’s new clothes”
“Dark diamond”
“Look ma, no hands”
“American triangle”
“Original sin”
“Birds”
“I want love”
“The wasteland”
“Ballad of the boy in the red shoes”
“Love her like me”
“Mansfield”
“This train don’t stop there anymore”
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