Spesso i critici musicali cercano di recuperare il tempo perduto. Perso il primo treno, si aggrappano al secondo. In questo modo, le prime notizie a noi giunte sull’album di Lauryn Hill, ce lo vendevano come capolavoro a scatola chiusa, grazie al credito di cui godono oggi i Fugees (sottovalutati in prima istanza). Pure, il disco di Lauryn Hill, per il quale si parla di neo-soul, in effetti non sembra spingersi su vette mai toccate. Casomai fotografa una attuale tendenza musicale già nota di certo hip-hop su matrice rhythm’n’blues, in questo caso caratterizzato da folate "rasta" e da una vocalità senza dubbio originale ma ogni tanto leziosa nei contrappunti. Quello che sta spingendo il disco della bella Lauryn in America, e che qui in Italia viene puntualmente ignorato a favore degli orpelli ("Oh! Un pezzo con Santana! Oh! Un pezzo con Mary J.Blige!"), sono i testi. La giovane haitiana racconta la sua storia e quella di chi gli sta attorno con una lucidità che da molto tempo si era persa nell’hip-hop americano, sommersa dalle pagliacciate pseudorivendicative di Snoop, Notorious e Master P. E se non se ne tiene conto si fa un torto a Laurina Collina, che in quelle liriche mette tutta se stessa, la sua fede religiosa e la sua visione della realtà del ghetto. Ma per quanto il disco sia gradevole, grazie a intuizioni felici come ad esempio "Doo wop" o "When it hurts so bad", non ci sembra ottimo per tutte le orecchie, e non spendiamo un giudizio a cinque stelle. Tre possono bastare?
Tracklist:
1. Intro
2. Lost ones
3. Ex-Factor
4. To Zion
5. Doo wop (that thing)
6. Superstar
7. Final hour
8. When it hurts so bad
9. I used to love him
10. Forgive them father
11. Every ghetto, every city
12. Nothing ever matters
13. Everything is everything
14. The miseducation of Lauryn Hill
15. Can’t take my eyes off of you
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