TAGS: Richie Sambora, Rock, Undiscovered Soul

Negli anni ’80 c’erano due aspiranti eredi di Keith Richards: Slash e Richie Sambora. In comune una chitarra elettrica, una cittadinanza USA contrassegnata da avi non proprio anglosassoni e protestanti, e l’essere identificati come anima "rock" di gruppi legati mani e piedi alle fortune di un leader trascinante ma un po’ frivolo. Fin qui le analogie. Poi, le differenze: il ricciolone dei Guns’n’Roses accolto nel salotto buono della critica rock (facendo la dovuta attenzione al serpente e ai coltellacci), e Richie Sambora accolto soprattutto al Club dei Miliardari di Paperon’ De Paperoni, e fieramente snobbato dai puristi del rock. Pure, le radici di Sambora e del suo sodale Bon Jovi sono quelle del più autentico rock "Made in America", come recita la prima canzone del disco, e riconducono direttamente all’idolo di gioventù di Sambora e Giovanni Bongiovi, ovvero il Boss. Si può arricciare il naso finché si vuole, ma l’aria del New Jersey, da sempre intensa nei dischi del gruppo di "Slippery when wet", soffia veemente in questo secondo disco solista di Sambora, yankee-rock quintessenziale con poca fantasia ma molta energia e un fondo di onestà e passione indiscutibile. Un buon disco, con molte cosette che avrebbero reso più pregevoli i dischi di Bon Jovi. Inevitabilmente il manierismo dell’american rock è sempre in agguato e ogni tanto salta alla gola dell’incauto ascoltatore - succede anche con Springsteen, figuriamoci con un Richie Sambora. Intendiamoci, questo può essere un difetto per i palati più fini, ma è un pregio per chi guida in direzione di Barberino del Mugello con occhiali neri e braccio fuori dal finestrino come se si trovasse sulla Route 66, mentre "If God was a woman" suona a palla o "Falling from Graceland" accompagna mestamente il tramonto.




Rockol - La musica online: news, concerti, artisti, classifiche, vendita biglietti cd dvd musicali