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Lenny Kravitz e la sua personale rivisitazione del meglio della storia del rock, quinta puntata. In questo numero: funk, fortissimamente funk, tanta voglia di vecchi Commodores, Sly Stone, James Brown, di Blacksploitation e anche un po’ di discomusic. Rimangono in voga le precedenti esplorazioni (tanto più che come tecnico del suono troviamo Terry Manning, uno che con i Led Zeppelin ci ha lavorato davvero) e c’è da dire che il risultato finale è quello di un album che ormai sancisce quello che è un trademark consolidato di Kravitz, cioè registrare proprie composizioni all’ombra della Storia. Non che non ci sia niente di personale, nel disco, anzi: Kravitz canta da Dio, e le canzoni reggono bene, l’album ha spessore e tutto quello che volete. Soltanto, continua a sembrare orfano di un mondo che non c’è più, in un certo senso, e che forse proprio Kravitz si è scelto il ruolo di far rivivere. Registrato in digitale, con l’utilizzo massiccio di campionatori e loop, c’è da dire che "5" suona meno ruspante e più levigato e stiloso dei suoi predecessori, finendo per essere il suo disco più ‘futuribile’, sospeso tra citazioni di Starsky & Hutch ("It’s your life" e "Straight cold player", ma anche l’iniziale "Live" rievoca un mondo tutto funk) e alcuni approcci che mescolano tecnologia e soul (il bel singolo "If you can’t say no", "Black velveteen", "Little girl’s eyes"). Un buon ascolto, in conclusione, con un momento di emozione in più per "Thinking of you", brano dedicato alla madre (scomparsa di recente), l’attrice Roxie Roker, la mitica Helen del serial "I Jefferson".



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