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Uno strazio? No, una prova, ma dolorosa: un album di canzoni affogate nel dolore e nei ricordi. L’atteso debutto degli inglesi Elbow ha casa nella terra del tormento. Presentatasi al mondo con “Newborn”, un singolo duro, scuro, che lascia senza fiato, la band ha pubblicato un disco contorto, angoscioso, angosciante e ossessivo. In cui volendo c’è posto per tutto, fuorché per la fretta: i ritmi sono lenti, da bradicardici, l’uso degli strumenti centellinato, quasi che sfruttarli troppo sia un peccato. “Facciamo prog-rock senza assoli”, ha spiegato una volta Guy Garvey, voce del gruppo. Ed è così? Forse, ma non solo. Questo è un disco che parla di questioni politiche e di questioni dell’anima, con l’organo di Craig Potter a far da sottofondo, la voce di Garvey trascinata, desolata, stanca (ma limpida) sempre in primo piano. “Asleep in the back” è un disco di canzoni d’amore che finiscono male, di storie lente e lunghe come quella del mondo, di cose non dette, di azioni non compiute. Un album di rimorsi e di rimpianti (cos’era peggio, nel proverbio?), rarefatto e introspettivo: no all’ascolto per i depressi, sì per quelli che stanno per affrontare un lungo viaggio in macchina, meglio se di notte, meglio se da soli, meglio se amanti dei film di David Lynch.

(Paola Maraone)

TRACKLIST
“Any day now”
“Red”
“Little beast”
“Powder blue”
“Bitten by the tailfly”
“Newborn”
“Don’t mix your drinks”
“Presuming Ed (Rest easy)”
“Coming second”
“Scattered black and whites”





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