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MUTTER,
Rammstein
Qualcuno in una recente intervista ha confessato che, per un anglofono, certe lingue applicate al mondo della canzone acquisiscono un significato quasi esclusivamente legato alla storia del loro paese d’origine: la dolce cadenza dell’italiano ha reso l’Opera celebre in tutto il mondo e immortalato, grazie alle sette note, l’indimenticabile e poetica bellezza della canzone tradizionale del nostro Paese; il francese di chansonnier come Jacques Brel o Charles Aznavour ha fatto sognare milioni di cuori innamorati negli anni ‘50, sebbene, di recente, si sia potuto constatare un’ottima aderenza della parlata cisalpina anche ad un più attuale rap. E il tedesco? Nessuno può immaginarsi musica “pop” cantata in un idioma tanto spigoloso, oggigiorno; e se per caso qualcuno volesse comunque provarci, il collegamento più banale, scontato, trito e persino un po’ stupido, finirebbe con il proiettare la mente verso qualcosa di davvero poco piacevole.
I Rammstein, nonostante tutto, non ci pensano neppure al resto dell’Europa e a quello che qualche schizzinoso potrebbe pensare. Già, perché loro sono tedeschi ed è giusto che cantino nella loro lingua natale; e, sottoscrivete la causa fin da ora, non cambierebbero idea neppure se potessero ascoltare, con orecchio di straniero, il cantato ostico in apertura di una ballata d’amore (?) come “Mutter”. Che piaccia o no, come ampiamente giustificato nella biografia ufficiale, “i Rammstein non sono affatto dispiaciuti di essere dei ‘Krauts’; e, in contrasto con molti altri colleghi, hanno deciso di cantare in tedesco, perché è la Germania il paese in cui sono nati e cresciuti. Perché dovrebbero fare altrimenti?”. Perché, potremmo ripetere tutti in coro? In effetti la formula proposta dal sestetto proveniente dalla Germania dell’Est, una pomposa miscela di musica industriale, heavy e death metal mescolati a lugubri atmosfere horror-gothic, raccoglie in sé – sebbene sia alquanto difficile per noi poveri bilingui (italiano e inglese soltanto nel nostro misero bagaglio culturale) poter decifrare qualcosa dei testi – un’atmosfera pervasa di mistero, quieta grandezza e nobile orgoglio.
I Rammstein approdano dunque anche in Italia dove ancora non godono di sufficiente notorietà – a dispetto di altri loro simili molto amati (sopra tutti Pantera e Sepultura, dei quali, non a caso, faranno da supporto nel tour statunitense di quest’anno) – con un terzo album che loro stessi definiscono “un po’ più perfetto, stimolante, eccitante e molto – ma molto – meglio (del precedente)”. Un disco che si apre con l’operistica di “Mein herz brennt” in un crescendo melodrammatico di archi, per cadere poi nel consueto “muro” di chitarre pesantemente percosse da Richard Z. Kruspe-Bernstein e Paul Landers, per la gioia degli amanti del genere. Un genere che qui è sapientemente trattato, grazie all’esperienza dei musicisti e agli inserti di modernità per restare al passo con la direzione presa dalla scena musicale degli anni ’90 (qua e là si captano ritmi jungle e techno, in particolare in “Zwitter” e “Rein raus”). “Mutter”, alla fine dell’ascolto, si definisce come un disco di tutto rispetto che, nonostante i suoi mentori si ergano ad unici fautori del suo contenuto, ricorda in più momenti melodie già sentite (“Live and let die” vi entrerà in testa, prima o poi). Ma noi rimaniamo in ogni caso dalla parte dei pirotecnici sei che condannano una serie di imitatori non ben definiti per gridare tutti insieme – sempre per riempire questa recensione con uno stralcio tratto dalla biografia del gruppo – “Chi vuole una copia quando può avere l’originale?”.
(Valeria Rusconi)
TRACKLIST
“Mein herz brennt”
“Links 2 3 4”
“Sonne”
“Ich will”
“Fever frei!”
“Mutter”
“Spieluhr”
“Zwitter”
“Rein raus”
“Adios”
“Nebel”
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