E’ vero, quest’uomo è ingombrante. Ma non quanto vorrebbe, o quanto dovrebbe. I suoi dischi non danno alcun fastidio alla Microsoft o a McDonald’s, ai bravi signori di Wall Street o a MTV, che non ha alcun problema a trasmettere i suoi brani. No, i suoi dischi fanno rimescolare il sangue solo alla Chiesa Cattolica e alla Critica Musicale (ah, che magnifica, emblematica accoppiata). Solo dall’interno di tali congreghe, si levano voci di condanna o di disprezzo per le provocazioni della rockstar nota anche come “Il Reverendo” (e anche questo, prima o poi doveva succedere). Eppure, tutte e due le comunità di credenti, quella musicale e quella cattolica, dovrebbero ringraziare Brian Warner per il fatto che è uno dei pochi che ancora riesce a suscitare al loro interno qualche riflessione, a mettere in discussione i loro dogmi.
Come è vero che la Chiesa e il diavolo mandano avanti due business complementari, che non starebbero in piedi senza il principale concorrente, allo stesso modo anche Manson rimpiange un Dio da uccidere in “GodEatGod”. Analogamente, pur avendo intitolato un brano – assai rockeggiante - “Rock is dead”, è forse l’unico artista in circolazione a poterlo resuscitare. Ma se in “Mechanical animals” dava l’impressione di essere vicinissimo a farlo, con “Holy wood” fa un passo in un’altra direzione, quella di un nichilismo che non di rado è fine a se stesso, un cupio dissolvi che sembra più adatto all’introverso Trent Reznor che non all’estroverso Marilyn. Lo si legge nei testi, ma soprattutto negli arrangiamenti, nella musica, nella stanca tonalità della sua voce. Alcuni malignano che ciò dipenda dalle scarse vendite dei suoi dischi – ma forse la rinuncia a eleggersi a profeta di chi non ha profeti deriva dal fatto che Manson, che non è un fesso, non può far finta di non vedere che i suoi dischi, che contengono parecchie idee e spunti di riflessione, non colpiscono il 17enne americano quanto la rozza brutalità di Limp Bizkit, Eminem e Kid Rock. “Let's hear it for the kids but nothing they say: they gyrate and g-rate on election day ”: forse MM invece ci aveva un po’ creduto, a risvegliare qualche coscienza giovanile, proponendosi come l’incubo peggiore che un genitore possa avere. Invece, l’America che, come ricorda “The love song”, corre a comprare pistole mentre si consegna al boia Bush e agli ‘N Sync, lo ha ormai archiviato come fenomeno folkloristico. Di qui, un album molto ripiegato su se stesso, una riflessione sul ruolo di chi si offre come capro espiatorio (accanto a John Lennon, come suggerisce “Lamb of God”). Un’autoriflessione la cui prima conseguenza è che, anche nei testi migliori, non ci sono alcune delle intuizioni folgoranti di “Mechanical animals”: meno ironia e più cupezza, rispecchiata da una musica più pesante e meno glam-rock rispetto all’episodio precedente. “GodEatGod” è carica di promesse, ma alla fine il disco non deflagra. Come “concept album” sul nuovo cyberpopulismo, risulta sorprendentemente meno compiuto di quello del suo maestro Alice Cooper, “Brutal planet”. E difficilmente “The fight song” verrà adottata come inno da quei giovani (pochini) cui non garba la globalizzazione. Loro magari no, ma noi davvero dal vecchio Marilyn ci aspettavamo di più.
“GodeatGod”
“The love song”
“The fight song”
“Disposable teens”
“Target audience (Narcissus narcosis)”
“President dead”
“In the shadow of the valley of death”
“Cruci-fiction in space”
“A place in the dirt”
“The nobodies”
“The death song”
“Lamb of God”
“Born again”
“Burning flag”
“Coma black”
“Valentine's day”
“The fall of Adam”
“King kill 33”
“Count to six and die (The vacum of infinite space encompassing)”
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