TAGS: Rock, Rod Stewart, WHEN WE WERE THE NEW BOYS

Ad alcuni musicisti si richiede di cambiare, di rinnovarsi. Che Rod Stewart si rinnovasse negli anni, invece, non è mai importato a nessuno: tanto per cominciare, Rod il mod è soprattutto un interprete; in secondo luogo, il suo flirt con le classifiche di vendita è sempre stato esplicito. Così, quando "Tonight I'm yours" negli anni '80 lo rivelò capace di parare il colpo del techno-pop imperante nell'Inghilterra di quel periodo, nessuno lo applaudì e nessuno gli diede del venduto. Analogamente, il fatto che negli ultimi dieci anni i dischi di Rod avessero perso smalto e ribaldo vigore, non ha preoccupato nessuno: dato per imbolsito, l'ex Faces è stato catalogato tra le vecchie star da salotto. Pure, c'è qualcosa nella voce di Rod Stewart che, quasi suo malgrado, sa di rock molto più di tante pose dei "New boys" in giro attualmente, e se Bryan Adams fa i soldi, un po' lo deve anche a chi, prima di lui, capì il valore di una voce di carta vetrata sul morbido tappeto di una ballata. Con questo disco Rod ha voluto tornare ad essere "mod", insegnando agli Oasis come cantare le loro canzoni (in una incredibile "Cigarettes and alcohol"), strizzando l'occhio alle tentazioni beat dei Primal Scream ("Rocks") e soprattutto riprendendo "Ooh la la" (Faces 1973). Davvero un ottimo disco di mainstream rock, un Rod Stewart che mostra di che pasta è fatto dopo tante fesserie e dopo le malinconie delle mezza età di "Unplugged...and Seated". Ma se, come sembra, il pubblico non risponde positivamente, allora è il pubblico a voltare le spalle al rock e non più il vecchio mascalzone, che ha realizzato uno dei suoi dischi migliori in trent'anni di carriera.




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