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ANTONINO
"Antonino"
Non ci riuscì il padre, ma
il sogno sembra avverarsi - a alla grande - con il figlio. Narrano infatti
le scarne biografie fino ad ora disponibili di Antonino, 23 anni
da Foggia, segno zodiacale Pesci, che il papà del suddetto avrebbe
voluto intraprendere una carriera artistica che la vita gli ha poi negato,
e che avrebbe riposto nel figlio grandi aspettative incoraggiando quella
che fin da giovanissimo sembrava una attitudine molto prossima al talento
vero e proprio.
La strada, come ormai pochi ignorano, sì è aperta lo scorso
anno quando la parola "Idoneo" gli ha consentito l'ingresso
in quel gran laboratorio televisivo di speranze, buona volontà
e non rara bravura chiamato "Amici di Maria De Filippi",
fino alla vittoria finale. 
Una vittoria che tutto il pubblico controfirmava qualche giorno dopo con
l'uscita del singolo "Ce la farò", la canzone
simbolo del suo percorso ( della sua "favola" si sarebbe detto
una volta ) che entrava direttamente al 5° posto della classifica
ad una sola settimana dall'uscita. In quel cd di debutto c'era un segnale:
la scelta di un paio di cover, "I Can't Help Falling In Love With
You", e in particolare la bellissima "Sailing" di Rod Stewart,
che facevano ben sperare sulla direzione verso cui il ragazzo e il suo
produttore, il grande Mario Lavezzi, si stavano muovendo.
E non si trattava solo di una questione di affinità vocali, dal
momento che la voce di Antonino, che presto si scoprirà
come una delle più interessanti in circolazione, spazia dalla ruvidità
appunto di Stewart, alla grana grossa di Otis Redding, alla profondità
di Seal. Si trattava piuttosto di avvertire una sorta di dichiarazione
di appartenenza al mondo della musica vera, alla solidità di alcuni
suoi punti di riferimento.
Solo l'album di esordio poteva ora smentire o confermare questa impressione.
La conferma c'è, e va molto oltre qualsiasi aspettativa: Antonino
rischia di doversi sobbarcare il compito - sicuramente grato - di far
scoprire ai suoi coetanei ma ancor più alle e agli adolescenti
tanta di quella buona musica che un esercito di boy band non potrebbe
mai rappresentare né tantomeno suonare. Lucio Battisti,
tanto per cominciare: questo disco ha il raro privilegio di far conoscere
una perla dimenticata della coppia Battisti-Mogol, "Perché
dovrei", canzone scritta nel 1970 per l'esordiente Sara.
Il disco ebbe scarsa risonanza, ma la canzone non passò inosservata
ed entrò, l'anno successivo, nell'album "Storia di storie"
di Donatella Moretti. Battisti, che pure usava spesso "appuntare"
su nastro le sue composizioni, anche quelle destinate ad altri artisti,
non la cantò mai e il brano cadde comunque nel dimenticatoio dove
è rimasto per 35 anni fino alla riscoperta di Mario Lavezzi. "Perche'
dovrei" e' uno dei brani che più evidenziano l'amore del grande
genio di Poggio Bustone nei confronti del rhythm & blues: palesemente
ispirato ad "Hurt" di Timi Yuro ( qui da noi la celebre "A
chi" di Fausto Leali ) , arriva ai nostri giorni con forza, senza
accusare il peso di anni che l'ottima interpretazione di Antonino
annulla.
Stesso discorso per "E penso a te", una delle canzoni
più impegnative per un cantante che decida di misurarsi sul repertorio
battistiano: prova superata anche secondo lo stesso Mogol che in questo
lavoro si trova così a firmare tanto il passato che il presente
insieme al figlio Francesco Rapetti, Oscar Avogadro, lo stesso Lavezzi,
una mezza dozzina di autori incluso lo stesso Antonino che di cognome
fa, per la cronaca, Spadaccino.
Ma la promozione a pieni voti Antonino la ottiene su tutta la playlist
del cd, sia quando si esalta sulle potenti brass section di canzoni come
"Danza" e "Un ultimo brivido", veri
trionfi della gioia di suonare il blues e il rhythm&blues della Stax
e Motown (quindi non proprio l' R'n'B di oggi), sia quando sorprende con
la sua inclinazione verso il prog rock ( Extreme, Kings' X, Rush ecc.)
di un brano come "Arrivi silenziosa". Queste le tinte
forti, ma anche quando le canzoni si addolciscono nella malinconia di
una ballad come "In una stanza di hotel", o mettono su
qualche lustrino da pop lussuoso come in "Mai", o ancora
giocano sui registri dell'intensità e dell'io nascosto ( "Nel
mio segreto profondo"), è difficile annoiarsi o scivolare
nell'ovvio perché la personalità dell'artista è forte,
adulta, tesa e presente dall'inizio alla fine e capace di tenere alto
il livello dell'attenzione. Va da sé che viene voglia di conoscerlo
"live on stage" molto presto, e infatti una bella band di nove
elementi sta già scaldando i muscoli. Sarà ancora una sorpresa.
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