Pearl Jam censurati sul Web?
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10 ago 2007 - Potrebbe essere una semplice tempesta in un bicchiere d'acqua, oppure un caso di strisciante e vile censura: al momento, a seconda delle "campane", l'accaduto assume valenze e pesi diversi. Cominciamo dai fatti. Lo scorso weekend i Pearl Jam chiudono l'edizione 2007 del Lollapalooza, uno dei festival americani più famosi al mondo. Durante l'esecuzione di "Daughter", la band capeggiata da Eddie Vedder inserisce nel brano, a mo' di medley, la celeberrima "Another brick in the wall" dei Pink Floyd. Durante l'omaggio alla band inglese, il cantante - noto per le sue posizioni avverse all'attuale amministazione statunitense - storpia il testo in "George Bush, leave this world alone" ("George Bush, lascia in pace questo mondo") e "George Bush, find yourself another home" ("George Bush, trovati un'altra casa", che non sia - immaginiamo - quella Bianca). Fino a qui nulla di strano, se non fosse che il pubblico virtualmente presente all'evento grazie al Webcast organizzato dalla AT&T al posto delle boutade politiche di Vedder abbia potuto sentire solo il "bip" che, solitamente, copre le oscenità dette in diretta. I fan dei Pearl Jam, e la band stessa, hanno gridato allo scandalo, accusando la società fornitrice dei servizi di censura politica. La AT&T, dal canto suo, cerca di minimizzare, parlando di un semplice disguido tecnico e assicurando che la politica della compagnia, in casi come questi, è quella di garantire il massimo di libertà di espressione, cercando di "tagliare" solo oscenità che potrebbero offendere il pubblico: a propria discolpa, i dirigenti dell'azienda hanno fatto notare come, durante lo stesso set, le arringhe di Vedder contro la compagnia petrolifera Amoco e contro l'intervento militare americano in Iraq non abbiano subito alcuna censura. TAGS: AT&T, Pearl Jam, pop/rock
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