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Tag: Beatles, Blair, Bob, Capitol, Chicks, Convention, Dixie, Dylan, Edmund, Ewan, Fairport, MacColl, Ochs, Pete, Phil, pop/rock, Richard Thompson, Seeger, Simon, Skatalites, Spenser, Tassano, Teddy, Tony, U2, Yardbirds

tutto su: Richard Thompson

Richard Thompson è un musicista “popolare” di ottima cultura accademica, un “literate songwriter” (come dicono gli inglesi) in senso letterale. E come altri dischi del passato (“Rumor and sigh”, “Mirror blue”…) il suo nuovo album “Sweet warrior”, nei negozi in questi giorni, prende ispirazione nel titolo da un’opera letteraria, il Sonetto LVII del poeta inglese del Cinquecento Edmund Spenser. “Mi sembrava cogliesse bene l’umore, l’atmosfera generale del disco”, ci spiega al telefono dalla sua casa di Pacific Palisades (Los Angeles). “A differenza di ‘Mock Tudor’ questo non è un concept album. Ma le canzoni che avevo scritto, mi sono reso conto dopo averle ultimate, avevano a che fare con diversi tipi di conflitto: militare, domestico, emotivo…”. Insieme, e a dispetto delle premesse colte, compongono un disco “pop” (almeno secondo i canoni thompsoniani), elettrico, relativamente semplice, diretto, orecchiabile. Una scelta consapevole? “Non esattamente, ma se questa è l’impressione che dà all’ascolto ne sono contento. Non è stato tutto così facile, però. La melodia di ‘Poppy red’ mi è venuta in dieci minuti, per esempio, ma scrivere il testo è risultato laborioso: ha avuto 15 titoli differenti, prima di essere soddisfatto ho apportato innumerevoli cambiamenti”. Il mix musicale è piuttosto eclettico: rock’n’roll anni ’50, beat anni ’60, folk rock, canti marinari, rock blues, country, pop “da camera”, persino un accenno di rocksteady (“Amo quel periodo della musica giamaicana”, spiega Richard; “i dischi dell’epoca erano magnifici, crudi e funky…gli Skatalites erano meravigliosi”). E diverse cose ricordano anche il suo passato: vecchi dischi come “Hand of kindness”, vecchie canzoni come “Pavanne”, nella figura della spietata terrorista/mantide religiosa protagonista di “Guns are the tongues”. “Ho voluto citare intenzionalmente certe musiche degli anni ’60 e ’70”, conferma l’autore, “mi serviva per veicolare una certa idea o suggerire lo scenario della canzone. Ce n’è una, in questo disco, che a me fa venire in mente gli Yardbirds, e l’ho fatto apposta. C’è qualche somiglianza nella forma mentis di ‘Guns are the tongues’ e ‘Pavanne’, è vero. Entrambe affrontano il tema di un genere di violenza che condiziona altri esseri umani. E’ tutto nella testa delle persone, non importa chi siano i tuoi nemici: è incline a commettere atti di violenza chi fondamentalmente non ha a cuore gli altri. Sono le tue idee astratte a sopraffare ogni altra cosa, ogni tipo di connessione con il resto dell’umanità. Il tema della canzone è la manipolazione delle persone da parte di altre persone, la politica resta sullo sfondo: potrebbe essere l’Irlanda come qualunque altro posto”.
“Dad’s gonna kill me”, un altro dei pezzi chiave del disco, racconta invece il terrore di un soldato americano intrappolato a Baghdad (la “Dad” del titolo, in gergo militare), e ha già provocato reazioni e dibattiti pubblici, in America, sui giornali e su Internet. “Ai concerti di solito il pubblico si divide in due fazioni. La maggior parte delle persone che vengono ai miei show è contro la guerra in Iraq e reagisce applaudendo o urlando; qualcun altro non approva, esce dalla sala o mi urla qualche insulto, a volte in platea si accende una discussione. Il che è comunque positivo: mi sembra utile che una canzone provochi una qualche forma di dibattito politico in America, oggi che la vita pubblica negli Stati Uniti è gestita in modo autoritario e tenendo ben nascoste le informazioni. Su Internet ho letto i commenti dei soldati che si trovano al fronte: generalmente apprezzano la canzone, alcuni ritengono che esprima il loro punto di vista; le loro famiglie, invece, la pensano diversamente, credono ancora che le truppe americane stiano combattendo per la libertà e la democrazia. Il che a me, ovviamente, sembra una grande illusione”. Mai era stato così “politico” in passato, Richard Thompson, neanche all’epoca della signora Thatcher… “Sono tempi più estremi, questi. La politica americana è diventata più fascista e autoritaria e credo continuerà ad esserlo qualunque sia il risultato delle prossime elezioni. Chi ha in mano il potere e il denaro ha troppo da perdere e farà tutto il possibile per conservarlo. L’azione militare degli Stati Uniti è diventata così dominante da influenzare quel che succede in tutto il mondo. E in tutto il mondo, dal Cile alla Russia, la gente scende in strada a marciare contro questa guerra. E’ un buon momento, per essere cantautori. Il folk, del resto, è sempre stata la casa del dissenso politico, spesso è stato l’unico mezzo che la gente aveva a disposizione per esprimere le sue idee politiche: negli anni ’60, in Gran Bretagna, con le canzoni di Ewan MacColl, negli Stati Uniti con Pete Seeger, Dylan e Phil Ochs. Quando si realizzò il crossover tra folk e popular music, tutto cambiò radicalmente: il linguaggio divenne più sofisticato, e gente come Dylan cominciò a esprimere idee politiche nel pop. E’ grazie a quello che oggi band come gli U2 o anche le Dixie Chicks possono permettersi di avere voce in capitolo nelle questioni politiche, esprimere nelle canzoni un punto di vista politico e morale, una visione della società. Succederà sempre di più, se l’America continuerà su questa strada”. E la sua Inghilterra, come la vede da espatriato in California, mr. Thompson? “All’inizio la gente aveva riposto molte speranze in Tony Blair, eravamo in molti a credere che potesse essere la persona giusta. Ma alla fine credo sia stato un politico troppo acquiescente, il tipo che fa le cose per tenere la gente buona e sotto controllo. E credo che il suo sia stato un governo parecchio corrotto: molte verità salteranno fuori quando se ne andrà. Nel frattempo le cose sono cambiate, l’Inghilterra è diventata più multirazziale: è un fatto molto positivo, naturalmente, anche se alcune delle vecchie cose che stanno scomparendo mi mancheranno, e alcune delle nuove non mi piacciono”. E’ cambiato anche Thompson, in questi anni: considerato da sempre schivo ed elusivo, ora che ha le briglie sciolte pubblica dischi in quantità, si autoproduce (in coppia col fedel collaboratore Simon Tassano), dialoga costantemente con il pubblico attraverso il suo sito Web. “Nell’era di Internet, molto più di prima, devi preoccuparti di dare al pubblico quello che desidera: vecchio materiale d’archivio, registrazioni dal vivo... I fan, in un certo senso, si aspettano di entrare nella tua testa: fornire indizi e informazioni sulla mia vita privata è la cosa che mi mette più a disagio, in tutto questo, ma qualcosa bisogna pur dargli…”. Nessuna nostalgia per i tempi in cui poteva contare sui finanziamenti di una major? “Avere un budget limitato è un fatto positivo, ti obbliga a ridimensionare le operazioni e a scartare il superfluo. Non che abbia speso molto di meno di quando facevo dischi per la Capitol, per esempio: ma oggi perdiamo meno tempo in studio, siamo più efficienti nel processo di registrazione. Credo che la ‘cottage industry’, l’azienda familiare, rappresenti un buon modello nel music business di oggi: grazie a Internet, gli sbocchi sul mercato si sono aperti e si può arrivare direttamente al pubblico. Piccolo è bello”.
Non è cambiata, invece, la sua inclinazione all’esplorazione del lato oscuro, anche psicotico, dell’animo umano. Eppure lui, in apparenza, è una persona tranquilla e rilassata… Le capita mai di essere spaventato, mr. Thompson, da quel che la sua Musa le ispira, o il processo è costantemente sotto controllo? Esercita mai qualche forma di autocensura? “Non so esattamente da dove provengano, le mie canzoni. A volte riguardo quel che ho scritto e sono il primo a sorprendermi: ma è parte del processo creativo, e se si conoscesse l’intera storia prima ancora che cominci tutto diventerebbe noioso. A volte, mentre scrivi, la canzone prende una piega o una svolta inaspettata, scopri pian piano piccole sfumature interessanti, e finisci in un posto diverso da quello che ti saresti aspettato senza sapere il perché. Censure? Solo quando mi accorgo che i riferimenti a una persona conosciuta, magari un amico, sono troppo espliciti: a volte basta cambiare il nome, trasformare un musicista in un attore…Altrimenti no: l’immaginazione non va censurata, bisogna permetterle di vagare liberamente”.
Da sempre refrattario alla nostalgia, anche lui si eserciterà in quella che sembra essere una moda del momento: dopo Brian Wilson e Roger Waters, Lou Reed e persino i Sonic Youth, anche i Fairport Convention riprodurranno in concerto il loro album più famoso, “Liege and lief”, quest’estate nella tradizionale reunion a Cropredy. “Sarà divertente, perché non è musica che suono tutti i giorni. E il vantaggio è che non avrò bisogno di prove, ricordo tutto perfettamente… ‘Liege and lief’ non fu magari il disco migliore dei Fairport, ‘Unhalfbricking’ era più spontaneo e stilisticamente più vario. ‘Liege and lief’ aveva un orizzonte più ristretto, ma è un disco molto più importante per quel che ha significato nell’evoluzione del folk rock. Avevamo un’idea precisa di come avrebbe dovuto essere”. Avrebbe mai pensato di celebrarlo 38 anni dopo? “Assolutamente no. Quando hai vent’anni il tuo orizzonte temporale non va più in là di tre mesi. Nessuno di noi credeva ci sarebbe stato un futuro nel rock’n’roll, pensavamo sarebbe arrivata presto una nuova moda a ucciderlo e sostituirlo e che noi saremmo restati senza lavoro. Per questo, nel ’71-’72, dopo aver lasciato i Fairport, cominciai ad esibirmi nei folk club: ti davano 50 sterline, quanto bastava per vivere. Ricordo un’intervista con i Beatles, 1965 o giù di lì, in cui John e Paul dicevano che sarebbero andati avanti ancora un paio d’anni e poi si sarebbero messi a scrivere per qualche cantante più giovane di loro… Invece i baby boomers hanno tenuto questa musica in vita: ma una volta che quella generazione smetterà di comprare dischi e di andare ai concerti, o si estinguerà del tutto, il rock potrebbe finire sul serio”. E che ne sarà dei suoi giovani figli, Teddy e Kamila, che hanno intrapreso la carriera di cantautori? “Hanno talento, per fortuna. Teddy si è già dimostrato saggio, scegliendo di coltivarsi un seguito fedele invece di provare a fare la pop star”.

(29 Mag 2007)

© Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.

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