Death Cab For Cutie in Italia: il rock indipendente americano diventa adulto
“La differenza tra noi e la generazione precedente di band di Seattle”, ci spiega Ben Gibbard, occhialuto cantante del gruppo, “è che forse il nostro successo è più sano: riusciamo a campare di musica, ma anche ad andare al supermercato, cosa che a Vedder e soci è ormai impossibile, visto l’isteria collettiva del periodo del grunge.”.
Una buon successo, quello dei Death Cab For Cutie, inizialmente limitato a quello che una volta si chiamava “college rock”, il circuito delle università e del rock alternativo. Il disco precedente “Transatlanticism”, l’ultimo pubblicato dalla Barsuk, è arrivato a vendere quasi quattrocentomila copie. Poi il grande salto, verso la major. Cosa ha spinto un gruppo come voi a compiere questo passo? “Stavamo bene anche prima, non abbiamo litigato con la vecchia etichetta. Desideravamo solo espandere un po’ i nostri orizzonti, per esempio in Europa. Per questo siamo in tour: soltanto i nostri ultimi due album sono stati distribuiti, e prima, essendo seguiti da diverse etichette per ogni nazione, era impossibile organizzare qualsiasi cosa”.
Tra i fattori del successo dei Death Cab spicca anche la partecipazione al tour Vote For Change, proprio insieme ai Pearl Jam: “Non so se ci sia servito o no”, spiega modesto Gibbard. “Ma è stata un esperienza fantastica: ero in giro con Eddie Vedder e potevo pensare di contribuire a cambiare le cose in America! Purtroppo non è andata così, le elezioni le ha vinte Bush, ma noi ci abbiamo creduto”. Alcuni fan americani non hanno visto bene la troppa esposizione politica di quel tour: Springsteen, gli stessi Pearl Jam, i R.E.M. sono stati talvolta duramente criticati per questo. “Posso capire, e anche a noi è successo di venire attaccati da alcuni fan intransigenti. Ma è la stessa cosa di chi ci accusa di esserci venduti ad una major: non ci interessa avere ascoltatori del genere. Non posso nascondere le mie idee quando salgo su un palco”.
TAGS: Death Cab For Cutie, pop/rock
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