Death Cab For Cutie in Italia: il rock indipendente americano diventa adulto




Death Cab For Cutie in Italia: il rock indipendente americano diventa adulto 21 feb 2006 - C’era una volta Seattle, culla del rock anni dei primi ‘90. C’era e poi, a parte qualche rara eccezione di longevità come quella dei Pearl Jam, quasi scomparve dalle scene musicale. Alle giovani band della zona, quel periodo ha lasciato un’eredità ingombrante, che pochi sono riusciti a dimenticare. Tra questi, i Death Cab For Cutie, una delle migliori band uscite da Seattle negli ultimi 10 anni, e autori di un rock visionario e fuori dagli schemi, ma molto piacevole. Dopo diversi dischi indipendenti alle spalle, l’anno scorso hanno fatto il salto verso la major Atlantic, con un piccolo capolavoro: “Plans”, che ha ricevuto una nomination ai Grammy come miglior disco alternativo (premio poi vinto dai White Stripes). Questa sera – 21 febbraio – la band lo presenterà dal vivo nella loro prima data italiana al Rainbow di Milano.
“La differenza tra noi e la generazione precedente di band di Seattle”, ci spiega Ben Gibbard, occhialuto cantante del gruppo, “è che forse il nostro successo è più sano: riusciamo a campare di musica, ma anche ad andare al supermercato, cosa che a Vedder e soci è ormai impossibile, visto l’isteria collettiva del periodo del grunge.”.
Una buon successo, quello dei Death Cab For Cutie, inizialmente limitato a quello che una volta si chiamava “college rock”, il circuito delle università e del rock alternativo. Il disco precedente “Transatlanticism”, l’ultimo pubblicato dalla Barsuk, è arrivato a vendere quasi quattrocentomila copie. Poi il grande salto, verso la major. Cosa ha spinto un gruppo come voi a compiere questo passo? “Stavamo bene anche prima, non abbiamo litigato con la vecchia etichetta. Desideravamo solo espandere un po’ i nostri orizzonti, per esempio in Europa. Per questo siamo in tour: soltanto i nostri ultimi due album sono stati distribuiti, e prima, essendo seguiti da diverse etichette per ogni nazione, era impossibile organizzare qualsiasi cosa”.
Tra i fattori del successo dei Death Cab spicca anche la partecipazione al tour Vote For Change, proprio insieme ai Pearl Jam: “Non so se ci sia servito o no”, spiega modesto Gibbard. “Ma è stata un esperienza fantastica: ero in giro con Eddie Vedder e potevo pensare di contribuire a cambiare le cose in America! Purtroppo non è andata così, le elezioni le ha vinte Bush, ma noi ci abbiamo creduto”. Alcuni fan americani non hanno visto bene la troppa esposizione politica di quel tour: Springsteen, gli stessi Pearl Jam, i R.E.M. sono stati talvolta duramente criticati per questo. “Posso capire, e anche a noi è successo di venire attaccati da alcuni fan intransigenti. Ma è la stessa cosa di chi ci accusa di esserci venduti ad una major: non ci interessa avere ascoltatori del genere. Non posso nascondere le mie idee quando salgo su un palco”.




TAGS: Death Cab For Cutie, pop/rock

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