E’ successo nel 2005: 6 settembre




E’ successo nel 2005: 6 settembre 03 gen 2006 - La vita al rallentatore di David Gray: 'Il mio disco più difficile' (6 settembre 2005)

Strana storia, quella di David Gray. Qualche anno fa, dopo una lunga gavetta, esplose con “White ladder”, tra i primi album a fondere cantautorato ed elettronica e sicuramente il migliore in questo genere ormai un po’ abusato. Oggi, dopo “A new day at midnight” (uscito nel 2002 e sostanzialmente un epigono di “White ladder”, senza averne i picchi emozionali) torna con un disco come “Life in slow motion”, in pubblicazione venerdì 9 settembre. Un disco elaborato ed orchestrale, con arrangiamenti più classici e sontuosi che si discostano dalla modernità dei due dischi precedenti. Come a dire: ripartiamo da capo, azzeriamo tutto.
Una strana storia, perché solitamente quando un musicita ha successo in un genere, difficilmente lo cambia. Eppure Gray dichiara proprio la stanchezza musicale accumulata negli ultimi anni e il tentativo di rinfrescare la propria creatività: “Ho iniziato a pensare a questo disco poco dopo la fine del tour, nel 2003”, racconta a Rockol. “Avevo bisogno di rigenerarmi. Non volevo commettere l’errore di ‘A new day at midnight', realizzato troppo in fretta, che soffriva di un mancato sviluppo musicale: era troppo simile a ‘White ladder’. Questa volta ero determinato a cambiare le carte in tavola”.
C’è riuscito: “Life in slow motion” è il disco di un cantautore maturo, che passa dagli echi springsteeniani del singolo “The one I love” alle orchestrazioni quasi sixties di “Alibi”. C’è ancora un po’ di elettronica (come in “Slow motion”), ma è un elemento come tanti altri nel paesaggio sonoro del disco.
“Questa volta ci ho messo molto tempo”, spiega Gray. “Mesi di scrittura, mesi di sperimentazione e pre-produzione, quindi la registrazione vera e propria. Un totale di 18 mesi, e un sacco di musica: quella che si sente sul disco è solo la punta dell’iceberg. E’ stato un disco molto difficile da fare: ho cercato di suonare in modo nuovo, ho cambiato il processo della registrazione, e il modo in cui la band lavorava assieme. Ci ho messo un po’ a smontare il vecchio modo di lavorare… e un po’ a scegliere il nuovo produttore, perché sapevo che volevo averne uno, questa volta". Alla fine la scelta è caduta su Marius DeVries. Gli arrangiamenti complessi del disco, spesso molto distanti dall’essenzialità acustico/elettronica degli album precedenti, sono opera di DeVries, già al lavoro con Bjork, U2, e con lo stesso Gray. “Avevamo colloborato su alcuni brani di ‘White ladder’”, spiega Gray. “A farmi scegliere lui per lavorare a tutto il disco è stato il suo lavoro con Rufus Wainwright, in particolare su ‘Oh what a world’ di ‘Want one’. E’ la mia canzone preferita degli ultimi anni… Ho pensato: ‘Incredibile, anche io voglio un suono ricco come quello”.
E dire che per un certo tempo Gray ha ipotizzato di usare un altro grande produttore, ma dallo stile diametralmente opposto: Daniel Lanois, il re del suono “roots”. “Io e Daniel e abbiamo parlato a lungo, gli ho fatto ascoltare molta musica, ma alla fine mi ha detto che secondo lui avevo bisogno di qualcuno con un grande senso della musica e degli arrangiamenti, e così mi ha di fatto convinto a scegliere Marius. Se avessi fatto il disco con Lanois, sarebbe venuto fuori un disco diverso, avrei anche scelto altre canzoni. Invece avevo in testa questo muro del suono alla Phil Spector, e Marius era la persona giusta per questa cosa”.
“Magari pubblicherò anche un disco più essenziale tra non molto”, continua Gray, non escludendo di tornare ad un suono acustico in futuro. “Alla fine abbiamo usato solo 10 canzoni per ‘Life in slow motion’. Che senso ha fare dischi lunghi oggi, con una tracklist elaborata, quando il modo in cui la gente ascolta la musica è usando la funzione ‘shuffle’ dell’iPod?”.
Il cambiamento di rotta di Gray si avverte nel feeling “cinematografico” del disco, evidente fin dal titolo e presente sia nella musica che nei testi. “A differenza del passato”, spiega quest’ultimo aspetto il cantautore inglese, “in questo disco ho cercato di narrare delle storie piuttosto che di parlare in prima persona. Alla fine i testi parlano sempre di me, ma in modo meno diretto. Il processo è iniziato scrivendo una colonna sonora per il cinema: un lavoro che mi ha costretto a calarmi nella parte di un personaggio, piuttosto che a pensare alla mia esperienza. Da quel lavoro sono nati molte immagini più astratte sia in termini lirici che in termini musicali”.
Sarà interessante vedere come Gray riuscirà a portare queste storie musicali così cinematografiche sul palco: dopo un breve tour americano che ha anticipato la pubblicazione del disco, la tournée vera e propria lo terrà impegnato per buona parte dell’autunno e dell’inverno, con una puntata in Italia prevista (ma da confermare nei dettagli) per l’inizio del 2006.



TAGS: David Gray, pop/rock

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David Gray nasce il 13 giugno 1968 in Inghilterra, ma è gallese di adozione. Nel 1993 incide il… leggi tutto >


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