Il musicista ai tempi di Internet: Omar Pedrini parla allo IULM




Il musicista ai tempi di Internet: Omar Pedrini parla allo IULM 14 dic 2005 - Lo scorso 23 novembre Omar Pedrini ha tenuto una lezione allo IULM di Milano dal titolo “Il musicista ai tempi di Internet, tra creatività e industria”. I ragazzi del corso di “Nuovi media e convergenza: la musica digitale”, in cui la lezione era inserita, hanno scritto un resoconto dell’incontro, sotto forma di intervista. Rockol, tra gli articoli scritti, ha scelto per la pubblicazione quello Jacopo Linetti: ne è uscita una bella chiaccherata sui mutamenti della scena musicale, e anche qualche interessante notizia sul ritorno sulle scene di Omar…

Il musicista nell’epoca di Internet. Omar Pedrini incontra gli studenti del corso di laurea specialistica in Televisione, Cinema e Produzione Multimediale dell’università IULM di Milano e affronta i temi più scottanti dell’attualità musicale e le trasformazioni provocate dall’avvento del digitale. Dal diritto d’autore alla pirateria, dalle colpe delle multinazionali discografiche ai meriti delle etichette indipendenti, l’ex cantante dei Timoria racconta e si racconta in un mix di romanticismo nostalgico e fiducia nel progresso tecnologico, e ci fornisce gustose anticipazioni sulla natura “elettronica” del suo nuovo album.

Musica e nuove tecnologie: gioie e dolori. Nell’epoca di Pro Tools, ma anche di Napster, il progresso tecnologico ha sostanzialmente modificato la figura del musicista. Raccontaci la tua esperienza.
Io appartengo a quella generazione di musicisti che ha vissuto un’epoca di profondi cambiamenti, non ultimo quello musicale. Io e la mia band, i Timoria, incidemmo il nostro primo album nel 1988, ancora in analogico, con un sistema non molto diverso da quello degli anni ’50; poi nel ‘91 ci proposero di trasformare i dischi di vinile in CD, un formato digitale, e da allora il digitale entrò in modo violento nella vita di tutti noi. Non nego che all’inizio ci fu una certa resistenza da parte nostra. Ci sembrava, soprattutto per quanto riguardava le dinamiche, che il campionamento digitale tradisse un po’ il personale tocco del musicista. Tuttavia il digitale aveva già sfondato ovunque e quando andavamo ospiti nelle radio, ci accorgevamo che la musica veniva mandata in onda direttamente da un computer, in pratica la playlist aveva già soppiantato il ruolo del DJ.
Ma la vera rivoluzione che ci aprì gli occhi fu l’avvento della musica su Internet. Quando cioè iniziammo a vedere i ragazzini, di appena dieci anni più giovani di noi, che scambiavano già la musica in Rete. La portata del cambiamento fu notevole, finalmente anche un giovane musicista avrebbe potuto farsi conoscere da migliaia di persone semplicemente diffondendo i suoi demo online. Insomma all’inizio Internet ci sembrava un grande strumento di democrazia, poi sono arrivati i dolori…

Ecco, la Rete: uno strumento democratico di diffusione della musica oppure un mezzo che alimenta la pirateria?
Io credo che Internet rappresenti entrambe le cose. Ma è facile immaginare come, dal momento in cui la musica, con la stessa qualità audio del CD originale, è diventata scaricabile gratuitamente dalla Rete, il mercato discografico sia entrato in crisi.

Sei convinto che ci sia un rapporto diretto tra l’aumento del download illegale e la crisi delle case discografiche? Non si può pensare invece che la facile accessibilità a ogni tipo di musica da parte di ogni tipo di utente possa aumentare la conoscenza degli artisti e di conseguenza il numero di appassionati?
Il rapporto senza dubbio c’è, ma la colpa è anche e soprattutto della case discografiche. Innanzitutto si sono accorte molto in ritardo della nuova tendenza e del grande cambiamento in atto e poi hanno continuato a guardare esclusivamente alla quantità. Sono dell’idea che se avessero coltivato di più la qualità artistica dei loro musicisti e dei loro prodotti avrebbero potuto creare un pubblico di affezionati, che difficilmente sarebbero andati a scaricare gratis gli album dei loro artisti preferiti. Questo è un po’ quello che stanno facendo le etichette indipendenti: si specializzano su un genere, si creano un pubblico di nicchia affezionato e creano un rapporto di fidelizzazione coi loro clienti. Senza contare che spesso riescono a vendere i loro cd a prezzi inferiori o promozionali.
Inoltre lo strapotere delle radio ha dettato la legge del “singolo”. Si è così cominciato a produrre un solo brano di qualità, trascurando il resto dell’album, che di conseguenza è diventato sempre meno appetibile per il pubblico. In questo modo la gente via via ha preferito scaricarsi l’unica bella canzone direttamente dalla Rete.

Non credi che il download illegale di musica via Internet vada a penalizzare soprattutto i musicisti meno noti e che vendono di meno?
Sì, credo che il pubblico che predilige la musica un più commerciale, per esempio i fan di Ramazzotti o Laura Pausini, che in larga parte è composto di teenagers, difficilmente abbia la competenza per andare a scaricare la musica su Internet. Mentre spesso i più esperti di musica sono anche coloro che hanno più dimestichezza col computer. Ma c’è da fare anche una distinzione tra il punto di vista del discografico e quello del musicista. Il primo, che sulle vendite del disco guadagna il 92% ovviamente è più motivato a combattere lo scaricamento della musica dalla rete rispetto all’artista, che a fronte della sua percentuale dell’8% sulle vendite, può sperare invece di portare più gente ai suoi concerti facendosi prima conoscere via Internet.

E questo “conflitto d’interessi” tra autore e discografico riguarda anche il problema del diritto d’autore.
Certamente sì. Questo è un tema su cui andrebbe fatta chiarezza e sul quale la stessa SIAE ha una posizione tutt’altro che trasparente. L’artista in qualche modo viene sempre penalizzato. Per fare un esempio, le televisioni pagano agli autori cifre ridicole per utilizzare i loro brani all’interno delle trasmissioni, e questo va solamente a vantaggio della casa discografica, che così indirettamente fa pubblicità al disco.

Quali sono, secondo te, in questo momento, i maggiori problemi del settore discografico?
E’ un settore pieno di contraddizioni. Al di là del grande problema della tassazione del 20% sulla musica leggera, rispetto a quella del 5% sull’editoria, io comunque non mi spiego perché un libro possa costare dai 5 ai 50 euro, mentre un CD debba avere sempre lo stesso prezzo, che si tratti di un inedito o di una compilation, dello Zecchino d’oro o di un grande artista. In Francia praticano una politica interessante: i CD appena usciti costano, per i primi 3 mesi, sensibilmente meno del prezzo normale, così come i dischi dei musicisti esordienti. Ma le contraddizioni sono infinite. Basti raccontare questo episodio. Nel 1992 la nostra casa discografica, la Polygram, la prima in Europa, di proprietà della Philips, fu venduta a un’altra multinazionale. Dopo tre mesi la Philips mise sul mercato il primo masterizzatore.

Cambiamo argomento. Oggi con i nuovi strumenti di incisione, i software come Pro Tools, esiste ancora la volontà, la concezione di registrare gli strumenti analogici, come la batteria?
Oggi si ricercano sonorità sempre più complesse e originali, si sperimenta tantissimo, in fondo il sound analogico paga ancora molto. Penso che le sonorità acustiche abbiano un altro tipo di calore e suscitino emozioni diverse. Detto questo, devo ammettere però che io sono un grande fautore del digitale, sono senza dubbio un convertito. Un programma come Pro Tools oggi permette a qualsiasi musicista di registrare la propria musica a casa, con la stessa qualità audio e lo stesso sound dei migliori studi di registrazione al mondo. Sono convinto però che la tecnologia digitale non abbia ancora espresso il suo massimo potenziale. Forse il problema maggiore è che oggi manca ancora una nuova generazione di fonici cresciuti con questi software e non convertiti dalle tecniche tradizionali.

Non pensi che ci sia il rischio di estinzione per gli artigiani e i produttori di strumenti musicali, visto che ormai qualsiasi suono può essere riprodotto al computer?
Probabilmente questo rischio c’è. Penso che il segreto per non scomparire stia nella specializzazione, un po’ come il piccolo negozio di alimentari che, per combattere contro la grande distribuzione, comincia a vendere solo generi di altissima qualità. Io sono un ottimista, penso che, nei momenti di crisi, la passione e la ricerca della qualità possano far trovare le soluzioni giuste per sopravvivere.

Per concludere, dacci qualche anticipazione sulla tua ultima fatica.
Nel mio nuovo album vorrei ricreare il sound dei Timoria, aiutato in questo dalle tecnologie elettroniche. Per la prima volta utilizzerò massicciamente le possibilità tecnologiche, per esempio per ricreare un batterista virtuale, che non esiste realmente. Sarà comunque un album dalle sonorità molto rock.

(Jacopo Linetti)



TAGS: IULM, musica italiana, Omar Pedrini, Timoria

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Omar Pedrini nasce a Brescia il 28 maggio 1967. Si fa conoscere nell’ambiente musicale per essere… leggi tutto >


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