Nik Kershaw e i '15' minuti di successo
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16 apr 1999 - A dieci anni dal suo ultimo album, Nik Kershaw è tornato. Il cantante che sul palco del "Live aid" cantò "Wouldn't it be good" ha da poco pubblicato "15", che trae il titolo da una canzone vagamente autobiografica. Di passaggio in Italia, spiega: «Si riferisce ai 15 minuti di celebrità di cui parlava Andy Warhol. Una cosa che ho vissuto, e della quale rischiai di perdere il controllo negli anni '80. Dopo due dischi di successo, il terzo si scontrò con un pubblico che aveva già cambiato gusti, aveva voglia di qualcosa di nuovo. Siamo in tanti, di quel particolare periodo, ad essere stati accantonati, anche se tra noi c'erano molti musicisti di talento. Qualcuno, come Madonna o George Michael, è sopravvissuto, tenendo testa alla macchina dei media e reinventandosi in continuazione. Ma io non volevo cambiare. Volevo continuare a essere me stesso e scrivere canzoni. Così mi sono gradualmente ritirato dietro le quinte: avevo avuto fama, successo, soldi e belle ragazze, non volevo più inseguire i riflettori. Ho scritto canzoni per altri, e collaborato a dischi di altri musicisti».Ma ora, ecco "15", un disco di "pop adulto". «Qualche mese fa ho davvero sentito il desiderio di incidere un nuovo album. "15" non è un lamento, non è una constatazione amareggiata sulla caducità del successo: è piuttosto un'osservazione su come vanno le cose, come altre canzoni nell'album: ad esempio, "Billy", che parla degli uomini del post-femminismo. Insomma, sono brani che ho scritto senza pensare al fatto che molto probabilmente le radio non li troveranno particolarmente accattivanti. Non sono mai stato capace di scrivere "oh, quanto ti amo eccetera". O perlomeno, non più di due o tre volte nella vita...».
TAGS: Nik Kershaw, pop/rock
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