Concerti, Leonard Cohen: la recensione dello show di Roma

  Impeccabile e da rimanerci a bocca aperta. A meno che non esista un altro modo per definire il concerto di ieri sera di Leonard Cohen al Centrale del Foro Italico a Roma. A partire dalla scenografia, essenziale ma significativa. Tappeti per il poeta della musica, tappeti che accoglieranno un… Leggi tutto

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Concerti, Leonard Cohen: la recensione dello show di Roma

Concerti, Leonard Cohen: la recensione dello show di Roma

 

Impeccabile e da rimanerci a bocca aperta. A meno che non esista un altro modo per definire il concerto di ieri sera di Leonard Cohen al Centrale del Foro Italico a Roma. A partire dalla scenografia, essenziale ma significativa. Tappeti per il poeta della musica, tappeti che accoglieranno un Leonard Cohen quasi sempre in ginocchio davanti ai suoi musicisti e agli strumenti. Sono le 21 quando Cohen, 79 anni, appare con la sua proverbiale eleganza: giacca, gilet e il suo cappello. Arriva di corsa e saluta tutto il pubblico che lo accoglie con un boato. Eleganza estetica e musicale, anche nella band che lo accompagna composta da Sharon Robinson (voce) Rosco Beck (basso,voce ), Alexandru Bublitchi (violino), Neil Larsen (tastiere, organo, e armonica), Mitch Wattkins (chitarre), Charlie e Hattie Webb, The Webb Sisters (voce, chitarre, arpa), Rafael Gayol (batterie e percussioni) e John Bilezijkjan (oud).

I grandi schermi ai lati del palco mostrano un Leonard esile, che nel guardare la sua corporatura si capisce che quella voce profonda e tenebrosa è sicuramente dono divino. Sembra quasi di un'altro pianeta: semplice, elegante, educato. E con un sorriso che dona pace e serenità, che conferma quella sua leggenda di misto tra sacro e profano che lo accompagna de sempre. Niente da fare: Leonard Cohen rimane uno dei personaggi più affascinanti del panorama mondiale anche all'età di 80 anni.

Si toglie il cappello, se lo porta al petto, ringrazia, sorride e si parte con "Dance me to the end of love". Eseguita in ginocchio dinnanzi alla chitarra, poi uno sguardo alle sue coriste e un sorriso. Nessuna sbavatura, nessuna imperfezione. I musicisti con lui rischiano l'applauso in continuazione. Ed il pubblico ascolta e guarda un cielo romano che mezzora prima aveva portato solo nubi. Siamo solo all'inizio e Cohen annuncia "questa stasera vi daremo tutto quello che abbiamo".

Si passa ad "Everybody knows" e il pubblico accompagna con il battito di mani e lui ringrazia sempre. Arriva "Who by the fire" preceduta da un assolo dell'oud di John Bilezijkjan da brividi, che da solo basterebbe per una serata. Ritmi incalzanti, arpe, e un Cohen incantatore di serpenti che guarda fisso in avanti, chitarra in spalla, per poi inginocchiarsi di nuovo davanti ad essa. Si passa al nuovo album "Old ideas" e riecheggia "The gypsy's wife " a ricordare l'anima gitana e il suo legame con la Spagna e il Mediterraneo. Poi "Amen", eseguita da Cohen ad occhi chiusi e "Come healing" sempre del nuovo album ed una intensissima esecuzione di "The darkness". Breve introduzione a voce recitando "Forget your perfect offering ,there is a crack in everything", per ricominciare con la musica di " Anthem" dove Cohen per ogni volta che pronuncia la parola "crack in everything" si porta la mano sul cuore. Perchè, come recita la canzone "è da lì che entra la luce".

In "Lover lover lover " sono ancora le chitarre, l'oud e l'organo Hammond di un gigantesco Neil Larsen che abbracciano il violino potente di Bublitchi, a padroneggiare ed a rendere il pezzo di una potenza incredibile a livello emotivo. Tanto è vero che lo stesso Cohen canta seguendo il ritmo e marciando, come fosse un soldato della musica. E ancora "The partisan" con Cohen alla chitarra, Rosco Beck al contrabbasso, e Larsen alla fisarmonica. Un viaggio nelle poesia. "First we take Manhattan" ed una "Heart with no companion" da "Old West", assoli di chitarra e tastiere divine. Voce profondissima, quella di Cohen, nessun accenno alla stanchezza e si va avanti. Ringrazia Cohen e togliendosi il cappello dice "è un onore suonare per voi stasera" e si prosegue con "The future", dove Cohen ondeggia e volge il suo sguardo verso le sue coriste, per poi inginocchiarsi di nuovo. Si arriva a questo punto del concerto ad un momento di quasi sette minuti dove Leonard Cohen, annunciandola con le parole della canzone, lascia il posto a quella che chiama la sua "collaboratrice " Sharon Robinson, che canta "Alexandra leaving". Intensa, da brividi, emozionantissima esecuzione, di rara bellezza musicale. Alla fine il pubblico le riserverà un applauso infinito. Ed è bello vedere lei quasi imbarazzata nel ricevere tanto affetto e acclamazione.  Accanto un Leonard Cohen in silenzio, capo chino e cappello al petto. E si riparte con il basso e la batteria ad annuciare "First we take in Manhattan" , e ancora "Bird on wire" e "I'm your ma" .

Cohen sorride sempre nel suo splendido abito da gentleman. Riprende il concerto dopo una brevissima pausa e nel salutare il pubblico corre di spalle, agitando la mano. La ripresa è una "Suzanne" con chitarra a spalla, occhi chiusi e atmosfere senza fiato. Per "If it be your will " Cohen recita i versi della canzone ("If it be your will that I-speak no more and my voice be still as it was before.. From this broken hill I will sing to you From this broken hill All your praises-they shall ring If it be your will To let me sing") con quel senso della fede che lui solo riesce a trasmettere, e quella devozione per chi è più grande di noi, da umile servo a cui è stata concessa la voce. Ma a cantarla poi saranno le altre due coriste, le Webb Sisters con arpa e chitarra.

Toglie la giacca e ci regala una strepitosa "So long Marianne" che il pubblico canta insieme a lui. Sembra essere finita, ma non è così. A due ore abbondanti dall'inizio, arriva la magia di quella preghiera senza tempo che è "Halleluja". Segue "Take this waltz", poesia di Federico Lorca tradotta da Cohen, qui eseguita pregevolmente. Non si risparmia con il pubblico italiano Cohen e regala una perfetta esecuzione di "Famous blue raincoat " in una sorta di silenzio quasi religioso. Si chiude con “Going home” e “Closing time “.

Tre ore di rara bellezza musicale: dal vivo Leonard Cohen insieme alla sua band ha regalato un'estasi continua. Tra il pubblico si scorge anche Giancarlo De Cataldo, che di Cohen ha tradotto in italiano tutti i libri: "Cohen è il solito stregone. Ieri ha deciso di concederci qualche regalo in più (Chelsea Hotel) 'Alexandra Leaving' alla voce sensuale di Sharon Robinson e una meravigliosa 'Take this waltz'. E poi vogliamo parlare dell'oud di John Bilezijkjan? Tutto indimenticabile". Concordiamo.

 

(Graziella Balestrieri)

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Leonard Cohen
Leonard Norman Cohen nasce a Montreal il 21 settembre del 1934 da una famiglia di origini ebraiche. All’età di 17 anni fa le sue prime esperienze musicali formando con alcuni compagni di scuola un trio di genere country&western, i Buckskin Boys. La sua prima passione, però, è la poesia ed è con quella che si fa conoscere ed apprezzare a livello internazionale quando, nel 1961, l’antologia “The…
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26 nov 2014    Rockol - La musica online è qui Rockol.com - All your music news in one place