Concerti, Band Of Horses: la recensione dello show di Milano
La band arriva a Milano in un periodo zeppo, pure troppo, di concerti di “nuovo rock”: Bon Iver, Gaslight Anthem, Calexico – solo per citare i nomi più grossi di una lunga sfilza di questi giorni. E poi loro, i Band Of Horses. La serata è sonnacchiosa, di quelle da divano e copertina: freddo, pioggia battente, strade allagate e fine di un ponte, con il ritorno al lavoro che incombe.
Entrando all’Alcatraz la vista sembra sconsolante, soprattutto pensando al tutto esaurito di Justin Vernon qualche giorno fa. Invece saranno 1000 e passa persone – quel tipo di numeri per cui Milano non ha locali se non l’enorme Alcatraz che sembra semivuoto anche se non lo è. Di fatto, è la migliore condizione possibile per vedere un concerto: spazi per girare, per vedere la band senza soffocare.
Bastano pochi secondi per capire che sarà una grande serata, le prime schitarrate di “The Great Salt Lake”. I BoH sono in 5, e alzano un muro che fa impallidire il pur ottimo suono su disco. Perché questo è il punto, che la serata dimostra in pieno: su album i BoH sono una buona band, molto “media”; riassumono tante cose di “classic rock” prese qua e là, e piacciono proprio per questo. Ma dal vivo si trasformano, tirano fuori una carica che è raro vedere in giro.
E si divertono. E’ la prima data del tour europeo, c’è qualche problema tecnico, le prime canzoni sono un parlottio con i tecnici. “Laredo” – una delle migliori canzoni-canzoni rock degli ultimi anni – esce un poco indebolita da questi problemi. Ma il sorriso non va mai via dalla faccia di Ben Bridwell e soci. Che trasferiscono l’allegria nelle canzoni, verso il pubblico.
Il fondo del palco è un enorme telo su cui passano ora immagini, soprattutto di paesaggi americani: è un semplice accorgimento visuale che rende più suggestiva la musica. Ma non ce n’é bisogno: a metà concerto arriva una strepitosa versione di “Powderfinger”, canzone “minore” di Neil Young. I Band Of Horses la suonano come e – eresia – meglio del suo autore. Poi Bridwell specifica “That’s a Neil Young song, by the way”. E probabilmente fa bene, perché il pubblico è giovane, e probabilmente non ha masticato alla nausea buona parte dei classici a a cui i BoH si rifanno. Poco male: è bello, che li apprenda attraverso questa band.
A tratti, vedendoli, sembra di essere trasportati un concerto degli anni ’70: camicione di flanella, barbe lunghe. Bridwell ha il look da “blue collar” del midwest- tipo benzinaio o camionista, fate voi – con un cappellino di baseball che si mette e si toglie in continuazione. Ogni tanto ti aspetti qualcuno che urli “freeebiiiird” dalle retrovie. Le urla ci sono, sono quelle di un gruppetto di ubriachi in fondo alla sala – avvistato un ragazzo in minigonna verde lamé e camicia aperta su ventre prominente, per dire – che sporcano l’inizio di “The funeral”. Ma basta lasciar passare l’inizio sussurrato: la canzone parte e le chitarre, e un sorriso di Bridwell coprono tutto.
C’è ancora tempo per un paio di bis, un finale quasi soul con un’altra cover, “Am I a Good Man” (Them Two). Tutti a casa, sotto la pioggia, verso la nuova settimana. Chi è rimasto a casa ha fatto male, perché l’energia di concerti così te la porti addosso per giorni.
(Gianni Sibilla)
SETLIST
The Great Salt Lake
Islands on the Coast
(On setlist as “Too Soon”)
NW Apt.
Laredo
Dilly
(On setlist as “Motor”)
On My Way Back Home
A Little Biblical
Powderfinger
Long Vows
Infinite Arms
Is There a Ghost
Weed Party
Everything’s Gonna Be Undone
Knock Knock
Ain’t no good
No One’s Gonna Love You
The General Specific
Ode to LRC
The Funeral
Encore:
Heartbreak on the 101
Cigarettes, Wedding Bands
Am I a Good Man
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