Danilo Sacco si racconta a Massimo Cotto: ‘Perché ho lasciato i Nomadi’
La prima domanda può essere riassunta da una sola parola: perché?
Se non fosse stato per l’infarto di due anni fa non saremmo qui a farci questa domanda. Sul tavolo di ferro, prima dell’operazione, ho avuto due volte paura. Di morire e anche di non riuscire a completare il mio viaggio. Mi sono reso conto che non ero riuscito a fare quello che dovevo: cercare me stesso fino in fondo. Ho fatto molto, ma non tutto. Con i Nomadi il mio viaggio era finito. Dovevo cercare me stesso in un’altra direzione. Dovevo fermarmi, ma non era possibile. Troppi impegni. Per senso di responsabilità, nonostante la fatica e il dolore, ho ripreso quasi subito a cantare e sono ripartito in tour. Ma qualcosa si era rotto. E non aveva niente a che fare con Beppe Carletti e gli altri ragazzi, persone splendide che ringrazierò sempre. Ero io che dovevo staccare e concentrarmi non su quello che avevo avuto - fama, calore, gioie ed emozioni – ma su quello che mi mancava.
Gli altri Nomadi hanno cercato di farti cambiare idea?
No, neanche una volta, ma è giusto così. Mi hanno detto tutti che questa decisione doveva essere solo mia, perché le ragioni del disagio erano dentro di me, non imputabili a loro. Certo, da solo mi sta venendo una paura fottuta, ma preferisco rischiare il congelamento piuttosto che avvolgermi ancora nella coperta calda dei Nomadi. I Nomadi sono un’assicurazione sulla vita: troppo facile. Devo mettermi alla prova in nuove sfide.
Non potevi cercare te stesso continuando a rimanere nei Nomadi, dividendoti tra gruppo e carriera solista?
Avrei potuto farlo in qualsiasi altro gruppo, ma non con chi fa quasi cento concerti in un anno, tre ore a concerto. Voglio finire in piedi, alla grande. Non come un pugile alle corde che non riesce più a godersi il dono della musica. Io voglio essere Rocky Marciano. Il mio terrore è sempre stato quello di non rendere al cento per cento. Ho ancora la voce di una volta - non sono come certi miei colleghi che abbassano le tonalità – ma non il fisico. Devo accettarlo.
Quindi avremo un Danilo Sacco solista?
Difficile pensare che io viva senza musica, quindi penso che sarà così, ma non so né come né quando. Per ora scrivo canzoni. Sono felice di poter dedicare un po’ di tempo alla scrittura. Per quasi vent’anni il Danilo cantante ha involontariamente oscurato il Sacco autore. Scrivo canzoni nude senza sapere che abito musicale avranno. Ho messo su un piccolo studio di registrazione che funziona contro la modernità: un piccolo mixer analogico e tanti tappeti. Scrivo e canto davvero a livello terra terra, anche fuor di metafora. Voglio ripartire così.
Cosa ti mancherà di più?
Il popolo nomade. Chi non lo conosce non può capire. I nostri fan sono un dono del cielo. I primi anni sono stati duri, ma era logico: arrivavo dopo Augusto e non ero ancora Danilo. Spero non mi abbandonino. Di certo non tradirò i loro e miei ideali. Sai quante volte alcuni dei più famosi gruppi italiani mi hanno chiesto di lasciare i Nomadi e diventare il loro cantante?
Sì, lo so. E forse è anche arrivato il momento di fare qualche nome.
Ma no. Anzi, li ringrazio per aver pensato a me. Potevo passare dal repertorio di un grande come Guccini al repertorio di un altro grande come lui, forse persino di più. Mai nemmeno lontanamente pensato.
Chi è Danilo Sacco?
Uno venuto abbastanza male. Avrei voluto essere un eroe, un cavaliere senza macchia e senza paura. Invece sono un uomo a volte molto debole e insicuro, però con un senso dell’onore fortissimo. Darei la vita piuttosto che tradire un amico. Ho una voce forte, ma l’animo è fragile. Come spesso capita ai cantanti, che danno voce alla loro vulnerabilità.
Cosa ti fa stare bene?
La mia terra. Questa casa. I libri. Sono un acquirente compulsivo. Compro più libri di quanti ne potrò mai leggere. I libri sono come i dischi: hanno un potere taumaturgico. Ti fanno stare bene con il contenuto ma anche con la forma.
Andrai a vedere i Nomadi con un altro cantante?
Puoi scommetterci le palle. Anche se so che i primi mesi starò male come una bestia. Sono sicuro che il nuovo cantante sarà bravissimo, però vederlo lì al posto mio mi farà male. Sarò gelosissimo. Sarei un’ipocrita a dire il contrario, perché 19 anni non si cancellano in un attimo. Anzi: non si cancelleranno mai.
Che cosa hai trovato in questi 19 anni e che cosa non sei riuscito a trovare?
Ho trovato l’elettricità che accende la vita. Ho trovato il pane giusto per il mio ego, pensa solo a “Dio è morto” davanti a 800mila persone al Primo Maggio. Ho trovato quel momento pieno in cui capisci che il tuo ego non conta più nulla e che quello che conta è il mondo che hai costruito attorno a te. Ho trovato il successo e grandi persone come il Dalai Lama. Non ho trovato me stesso. Almeno non tutto me stesso.
Se ti chiedessero di salire sul palco e fare due canzoni, quali vorresti fare?
Sicuramente “Trovare Dio”. E poi “La canzone della bambina portoghese”. Ma forse mi accontenterei di sentir cantare la gente al posto mio. In fondo, io sono sempre stato uno di loro, anche se ero sul palco.
Massimo Cotto
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