Concerti, Kasabian: la recensione dello show di Milano
21 nov 2011 - Tempismo. Questa stata è la miglior dote dei Kasabian. In un decennio in cui la scena rock inglese non ci ha regalato chissà quali band indimenticabili, i ragazzi di Leicester hanno saputo ritagliarsi piano piano un ruolo importante a suon di bei dischi e di solide performance live. Il fatto che l’Alcatraz di Milano, che stasera li ospita per la prima delle loro date italiane, sia sold out da più di un mese è solo l’ultimo pezzo del puzzle. Un puzzle che Serge Pizzorno, Tom Meighan e compagni hanno sapientemente costruito in questi anni, fino all’ultimo acclamato album “Velociraptor!”. Tutto merito, se volete, del loro approccio: grandeur e arroganza tutte inglesi, aggiunte al merito di saper rielaborare la tradizione rock antica e recente della Madre Albione con freschezza e ispirazione. Non poco, insomma.Lo show dei Kasabian, lo si capisce subito, non punta ai palati fini ma la butta sui muscoli e sui ritornelli: la scelta di aprire con il singolone “Days are forgotten”, forte di una progressione ritmica alla Primal Scream, spiega tutto. La successiva “Shoot the runner” non fa che confermare il teorema. Tom Meighan, che si presenta con la solita “faccia da schiaffi” e un bel paio di occhiali scuri, sfoggia dei capelli rockabilly e dimostra subito di essere bravo ad accendere il pubblico milanese. Serge Pizzorno, o “Sergio” come invocano i fan, è invece di casa viste le sue origini genovesi e si sforza il più possibile di ringraziare gli spettatori in un italiano che tradisce palesemente l’accento brit.
Il suono del gruppo è forte e compatto, anche se a volte la chitarra di Pizzorno è troppo sacrificata nel mix, soprattutto nei momenti in cui i riff dovrebbero farla da padrone. Il pubblico dal canto suo è davvero scatenato, soprattutto sui brani vecchi: ecco che “Underdog”, il vero tributo dei Kasabian ai fratelli Gallagher, lo fa saltare per bene e apre la strada a “Where did all the love go?”. L’acidissima “I.D.” invece ci riporta al bellissimo e omonimo disco d’esordio del 2004, mentre “I hear voices” e “Re-wired” confermano che qualche nuovo brano non ha ancora trovato la sua dimensione definitiva dal vivo.
Ogni tanto, Tom Meighan si defila e “Sergio” si carica tutta la band sulle spalle. Tocca allora alla psichedelica “Take aim”, estratta da quel grande e ambizioso caleidoscopio sonoro chiamato “West rider pauper lunatic asylum”, dare un primo momento di pausa. Nell’introduzione del brano la tromba di Gary Alesbrook accenna perfino l’Inno di Mameli. Peccato che con la successiva “Club foot” la calma sia solo un ricordo lontano, presi come si è dalla bolgia che si scatena all’Alcatraz.
Si vi avanti tra le suggestioni marziali di “Empire” e l’ottima “La fée verte”, una storia di fate verdi e “Lucy in the sky” che ci fa capire come Pizzorno abbia studiato come un bravo scolaretto le atmosfere lisergiche di Syd Barrett e John Lennon. Con “Fast fuse” si finisce invece in territori cinematografici con l’omaggio a Quentin del secondo chitarrista Jay Mehler al tema di “Pulp Fiction”. Dopo la ballata pop “Goodbye kiss”, tocca alla trascinante “L.S.F.” chiudere il set regolare tra gli applausi del pubblico.
Il gruppo va nel retro per qualche minuto. Poi parte il synth di “Switchblade smiles” e più che all’Alcatraz sembra di essere all’Hacienda negli anni della Madchester. Sicuramente il più potente tra i nuovi brani, almeno dal vivo. Sulla stessa scia la favoletta horror “Vlad the impaler”, ancora con un groove trascinante. Il finale è affidato invece a “Fire”, costruita su chitarre seventies e su un ritornello che resta appiccicato alle orecchie. La band la prolunga il più possibile, facendo ballare il pubblico. Finisce qui, in attesa delle date di febbraio a Roma e Padova.
I Kasabian sono ormai una realtà consolidata. Sanno tenere il palco alla grande e hanno acquistato anche quel mestiere che gli permette di gestire i concerti con la giusta autorità. Forse sono pronti anche per locali più grandi dell’Alcatraz, visto che in Inghilterra li affrontano già da anni. Quindi, visto che l’autostima non gli manca, ci divertiamo a lanciare loro una sfida: perché non provarci in un palazzetto, la prossima volta? Da inglesi spacconi quali sono, siamo convinti che non si tireranno indietro.
(Giovanni Ansaldo)
Scaletta:
Days Are Forgotten
Shoot The Runner
Velociraptor!
Underdog
Where Did All The Love Go?
I.D.
I Hear Voices
Take Aim
Club Foot
Re-wired
Empire
La Fée Verte
Fast Fuse
Pulp Fiction Theme (Dick Dale and His Del-Tones cover)
Goodbye Kiss
L.S.F. (Lost Souls Forever)
Encore:
Switchblade Smiles
Vlad The Impaler
Fire
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TAGS: Alcatraz, Kasabian, Milano, recensione, Reports, Serge Pizzorno, Tom Meighan
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