Royalty digitali: anche Chuck D (Public Enemy) fa causa a Universal




Royalty digitali: anche Chuck D (Public Enemy) fa causa a Universal 03 nov 2011 - Altri problemi in vista per Universal Music, destinataria di una serie di class action (la cui fondatezza è stata appena avallata da un giudice federale) che hanno per tema l'entità delle royalty digitali pagate ai suoi artisti. Dopo Rob Zombie e gli eredi di Rick James, anche Chuck D dei Public Enemy si è attivato presentando un ricorso presso il tribunale di San Francisco: al pari degli altri ricorrenti il rapper sostiene che la casa discografica sottostima il valore delle royalty dovute su suonerie e vendite di Mp3 equiparandole alla vendita di supporti fisici anziché considerarle alla stregua di licenze ex novo concesse dagli artisti. Secondo i legali di Chuck D, che per sostenere la tesi della licenza si appellano alla sentenza emessa nel 2010 dalla Ninth Circuit Court of Appeals sull'istanza presentata dai produttori di Eminem, l'ammanco ammonta a centinaia di milioni di dollari. "Chuck D 'combatte il potere' da oltre due decenni e continua a farlo con questa azione finalizzata ad aiutare tutti i musicisti, compresi quelli che vivono di sussidi fissi", ha spiegato il legale James Pizzirusso della ditta Hausfeld LLP, mentre un portavoce di Universal ha ribattuto all'Hollywood Reporter che il ricorso "soffre di notevoli errori e debolezze intrinseche, non ultimo il fatto che le rivendicazioni asserite non risultano appropriate a un trattamento sotto forma di class action". La distinzione tra "vendita" e "licenza", sul fronte della distribuzione della musica digitale, comporta differenze enormi dal punto di vista economico. Nel primo caso, la royalty tipicamente dovuta all'artista oscilla tra il 10 e il 20 per cento del prezzo; nel secondo si tratta solitamente di un rapporto paritario con i proventi suddivisi al 50 per cento tra i due aventi diritto. Solo considerando le vendite su iTunes, secondo uno studio condotto dall'associazione Future of Music Coalition, il divario (e la somma eventualmente dovuta dalla casa discografica)  ammonterebbe a  2,15 miliardi di dollari.



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