15 ott 2011 - Schiacciato sotto l'imponente svincolo della Dixie Highway, all'ombra dei grattecieli della downtown, il Performing Arts Exchange da fuori sembra un club come tanti altri: dentro, al contrario, tra broccati, quadri, poltroncine e librerie ci si ritrova più in un ibrido tra un circolo culturale (anche molto europeo, se non fosse per l'aria condizionata prerennemente fissata sui 20 gradi) ed uno spazio off dell'East Village. Qui, poche ore fa, si è tenuta la prima delle tre serate della tappa conclusiva dell'
HitWeek 2011, festival itinerante che da qualche anno a questa parte porta il meglio del rock (e non solo) made in Italy sui palchi degli Stati Uniti: dopo l'evento di debutto, all'inizio della settimana, a New York, e la trasferta sulla west coast a Los Angeles terminata giovedì, la manifestazione si è spostata a Miami, in Florida, che questo weekend ospiterà gli show conclusivi dell'edizione annuale. A
Erica Mou e
Nicola Conte è spettato il compito di inaugurare la tappa nel "sunshine state", dopo il tour de force degli ultimi giorni: accopagnata solo da un pianista (a Rodhes e tastiere) e da una fida loop station, grazie alla quale - con sciocchi della lingua, percussioni improvvisate e altro - il duo ha saputo sapientemente tessere trame ritmiche da stendere sotto l'intreccio base voce - chitarra - piano, la cantante di Bisceglie è riuscita con discrezione e classe rompere il ghiaccio, conquistando da subito la platea, che - sorprendentemente (ma non troppo) - si è dimostrata molto più attenta, eterogenea e rispettosa di tante che dalle nostre parti conosciamo bene. Otto brani in scaletta -
leggetevi direttamente qui quali - sono stati sufficenti per dare la svolta alla serata, chiusa ben oltre mezzanotte (dopo un bis richiesto con veemenza quasi calcistica dal pubblico) da Nicola Conte. Se la Mou, il pubblico, ha saputo ammaliarlo - oltre che col suo atteggiamento spontaneao, che l'ha portata a fare cinque minuti di ringraziamenti prima dell'ultima canzone della setlist - sfruttando toni sussurrati e piuttosto confidenziali, Conte l'ha solleticato col groove prodotto da una band efficacissima, molto affiatata e sufficentemente esperta per non cadere né negli stilemi jazz più ritriti né nella coolness standardizzata acid/bossa/fusion: via libera quindi a fraseggi e infuocati scambi strumentali come da migliore tradizione ma con un occhio sempre al beat, per supportare al meglio tanto i brani (che lasciati troppo all'improvvisazione avrebbero corso il rischio di trasformarsi in canovacci da sfruttare come base per divagazioni strumentali) quanto alla voce della carismatica frontwoman, haitiana di origine ma residente a New York che ieri sera, praticamente, ha giocato in casa. Il pubblico non ha mollato un secondo, tenendo la posizione fino all'ultima nota senza battere ciglio e rincorrendo i musicisti per l'autografo di rito sulla copia del Cd. "E' una cosa che fa riflettere, questo entusiamo", ci racconta Erica Mou nel backstage, qualche minuto dopo essere scesa dal palco: "Siamo in giro da un settimana, avremo dormito si e non una decina di ore in tutto eppure ci sembra di essere in tour da mesi. E , almeno per quanto mi riguarda, sono sicura che non ne avrò mai abbastanza, di situazioni del genere. Per chi è al debutto, come me, queste - oltre ad essere esperienze bellissime - sono occasioni di crescita molto preziose: apprezzo moltissimo che artisti molto avviati - penso a
Caparezza, agli
Apres La Classe e a tutti gli altri - abbiano deciso di rimettersi in gioco affrontando un pubblico sconosciuto". Gli esiti di questo ultimo giro ai quattro angoli degli States si potrebbe comunque mandare in pensione lo stereotipo dell'"artista rock italiano", da sempre afflitto da un complesso di sudditanza psicologica nei confronti dei colleghi stranieri? "Decisamente sì, stasera ne abbiamo avuto la prova tangibile. Possiamo giocarcela alla pari con artisti di tutto il mondo, senza aver nulla da temere. Certo, è importante non dimenticare chi siamo e da dove veniamo, perché essere italiani - anche facendo rock o simili - non è uno svantaggio, ma - anzi - un valore aggiunto: sbaglieremmo tremendamente a cerca di 'internazionalizzarci' cantanto di inglese. Anzi, non c'è niente di più internazionale che andare fieri della nostra lingua e usarla nelle canzoni: qui, ad esempio, sono tutti bilingui (data la posizione strategicamente affacciata sul mar dei Caraibi, la presenza di una comunità latina fortissima ha reso, di fatto, Miami una città dove lo spagnolo - dopo l'inglese - rappresenta la seconda lingua ufficiale, ndr), e i testi delle canzoni li capivano benissimo". Il confronto col pubblico è stata forse l'apice, dell'esperienza: "Il club è la dimensione definitiva", sintetizza lei, "Chi ti guarda ti sta vicino: non puoi nasconderti, non puoi mentirgli. Ecco perché mi piace...".
Stasera, sempre al PAX - Performing Arts Exchange, saranno di scena gli Apres La Classe e Caparezza. E Rockol, naturalmente, non mancherà...
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