Concerti, Blueneck: la recensione dello show di Berlino



Concerti, Blueneck: la recensione dello show di Berlino 14 ott 2011 - I Blueneck trovati a Berlino sono in tour da pochi giorni, reduci da una data a Parigi e da dodici ore di viaggio in furgone dalla capitale francese a quella tedesca. Raggiungo Duncan Attwood e Rich Sadler, voce e chitarra della band, al banchetto del merchandising e li trovo comprensibilmente in cerca di un attimo di relax, intenti a farsi un paio di birre per riprendersi dalla lunga traversata. Contro ogni previsione sono di ottimo umore, felici di poter fare due chiacchiere nel pre concerto. Faccio il mio esordio acquistando l’intero catalogo della band post rock di Bristol (tre album compreso il nuovissimo e ottimo “Repetitions”) per la modica cifra di venti euro, prima di iniziare a parlare del nuovo lavoro del quintetto inglese. “In realtà quando abbiamo scritto i primi pezzi, il progetto era di pubblicare solamente un ep per dare un seguito a “The fallen host”, album uscito verso la fine del 2009. Poi il materiale ha iniziato a essere sempre più consistente e a prendere una direzione nuova. Alla fine ci siamo ritrovati tra le mani un album completo e ci è sembrato ovvio pubblicarlo così com’è venuto”. Un album più malinconico del precedente, meno aggressivo. “Ogni volta che scriviamo dei pezzi nuovi, contano molto i sentimenti che proviamo nel momento che stiamo vivendo. “The fallen host” è un album istintivo, pieno di rabbia, la stessa copertina ha un qualcosa di demoniaco, quasi inquietante. “Repetitions” invece è una riflessione sul dolore, sul ripetere coscientemente certi errori a tal punto dal diventarne quasi dipendenti. È un disco molto triste. Per me (Dunkan) è come una droga, come essere sotto morfina dopo che ti sei rotto un braccio: senti il dolore, sai di avere un osso rotto, ma contemporaneamente provi quasi piacere. Tendenzialmente è così che nascono i nostri album. Di base siamo una band post rock ma il prossimo disco potrebbe essere super pop oppure la cosa più pesante che abbiamo mai fatto, chi lo sa. In questo periodo stiamo ascoltando molto Bon Iver e l’ultimo dei Low (giusto per staccare un po’) e cavolo, quelli si che sanno scrivere canzoni”. Per una band post rock è meglio lavorare in studio o suonare dal vivo? “Quando ci troviamo a lavorare a qualcosa di nuovo, di solito pensiamo solo a quello e non a come questo potrà suonare di fronte ad un pubblico. È un processo molto intimo e personale, i pezzi li scrive Dunk ma è tutta la band che poi lavora agli arrangiamenti e ognuno ci mette del suo. Quando arriva poi il momento di andare in tour ogni serata è differente, e tutto dipende da dove sei e come ci sei arrivato. E’ tutta una questione d’interpretazione, cambia di volta in volta. C’è capitato di andare a suonare in Polonia e Ucraina e passando con il furgone in autostrada vedi questi paesaggi immensi e desolati che ti mettono addosso una tristezza incredibile. Ci siamo detti: ecco perché la gente da quelle parti apprezza molto la nostra musica, perché la vive da vicino”. Vi apprezzano così tanto che, da quello che so, avete deciso di imbarcarvi in un viaggio interminabile pur di suonare a Kiev. “Abbiamo avuto qualche problema con chi ci affitta il furgone per il tour, più che altro problemi con l’assicurazione. L’unica soluzione era optare per quindici ore di treno per raggiungere Kiev affittando la strumentazione una volta arrivati. Sarà dura, ma contiamo di farcela e suonare per chi vorrà sentirci”. E in Italia? “La verità è che un sacco di gente continua a dirci che dovremmo venire a suonare in Italia, ce lo ripetono in continuazione. Speriamo di poterlo fare l’anno prossimo, magari a Milano, sempre che ce ne sia la possibilità”. Possibilità in senso economico? “I tour come questo non sono fatti per fare soldi. A dirla tutta è già un successo se torni senza averci rimesso qualcosa, quindi cerchiamo di prenderla come se fosse una vacanza: domani saremo a Dresda e poi a Lipsia, una città che adoriamo e dove abbiamo un sacco di amici. Poi a Varsavia, Kiev, Praga… Il bello dell’essere in tour è poter viaggiare, vedere un sacco di posti e conoscere bella gente con cui stringere contatti. E’ questo ciò che conta, ed è quello che alla fine ti porti a casa”. Circondati da magliette, stampe, vinili e cd, la chiacchierata finisce con i cinque presi ad abbozzare la scaletta per il set berlinese: un’ora e dieci di post rock da manuale, molto melodico e zeppo di crescendo, stacchi ed esplosioni improvvise. Nove i pezzi in totale, su tutti le meravigliose “Lilitu”, “UB2” e la doppietta conclusiva “Epiphany” / “Revelations”, accompagnati da poche parole giusto per ringraziare la non troppo nutrita, ma ben predisposta, platea tedesca. Poco prima di mezzanotte il Lovelite chiude i battenti, il concerto finisce ma ci si può fermare a tirare le somme sorseggiando un’ultima birra in compagnia di Attwood e soci. I Blueneck sono una band meritevole di palchi ben più consistenti di quello del pur gradevole club tedesco. Una band con tre album a dir poco interessanti all’attivo e pezzi in grado di catturare l’attenzione anche di chi non fa del post rock il suo genere di riferimento. Dal vivo hanno saputo confermare tutto il confermabile, abbastanza da augurarci di non dover aspettare troppo prima di vederli all’opera dalle nostre parti. Per ora “accontentiamoci” di una bella serata di ottima musica passata in compagnia di persone assolutamente deliziose. (Marco Jeannin) SETLIST “Hank” “Oig” “Low” “Sheila” “Lilitu” “Venger” “UB2” “Epiphany” “Revelations”


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