26 set 2011 - Marina Testori ha affettuosamente insistito, Guido Robustelli ha efficacemente pressato: e sono andato volentieri, domenica 25 settembre, all’Arena di Verona per assistere al concerto speciale con cui Zucchero ha festeggiato il suo cinquantaseiesimo compleanno. Anche per una ragione particolare: è stato a Verona, saranno passati 25 anni, che ho cominciato a voler bene a Zucchero, grazie a un’intervista che me ne fece (piacevolmente) scoprire la fragilità e l’emotività. Continuo a volergli bene, continuano a piacermi i suoi dischi, continuo a considerarlo (spiacevolmente) sottovalutato da certa critica che ha sempre un po’ la puzzetta sotto al naso. Ed era un bel po’ che non lo sentivo dal vivo: quindi, a dispetto di una giornata diventata di colpo complicatissima, ma fidando sull’organizzazione Testori&Robustelli, a mezz’ora dall’inizio del concerto mi sono presentato all’ingresso dell’Arena con moglie e figlio (Edoardo, 22 mesi, al secondo concerto della sua vita). L’accoglienza è stata impeccabile, vorrei quasi dire amorevole: e ci siamo goduti il concerto da una posizione privilegiatissima (anche perché esattamente dietro a noi c’era seduto Roberto Baggio, uno dei pochissimi calciatori dal quale mi farei fare un autografo - ma ho resistito alla tentazione di chiederglielo, anche se durante una pausa dello spettacolo lui e mio figlio si sono messi a giocare a nascondino). Il concerto è andato come un treno: aperto da tutte le canzoni di “Chocabeck” in sequenza, è continuato con una raffica di successi (“Bacco perbacco”, “Baila”, “Overdose d’amore”, “Il mare impetuoso al tramonto”, “Dune mosse”, “Diamante”, “Così celeste”, “Con le mani”, “Solo una sana e consapevole libidine”, “Diavolo in me”) prima della pausa, dopo la quale Zucchero è ricomparso in cima alle gradinate dell’Arena per poi riguadagnare il palco e regalare al pubblico altre undici canzoni, fra torte di compleanno, candeline e fuochi d’artificio finali. Zucchero - in scena una figura magnetica, fra Joe Cocker e Ian Anderson dei Jethro Tull nei panni di Aqualung - ha cantato benissimo, assecondato da una band di tutto rispetto. A tratti l’atmosfera sul palco mi ha ricordato “Mad Dogs & Englishmen”, il tour di Joe Cocker del 1970: il che, magari incongruamente, mi ha fatto pensare che, forse, Raphael Gualazzi potrebbe diventare il Leon Russell di Zucchero (prendetela come una proposta). Dopo più di due ore e mezza, la stanchezza e il calo di adrenalina erano significativi; sicché l’annunciato aftershow si è trasformato in una più tranquilla cena al ristorante, con Zucchero alla sua tavolata circondato da amici e i giornalisti, con discrezione, a un altro tavolo (era la sera del suo compleanno, volevamo lasciare che se lo godesse serenamente?). In rappresentanza della Universal, se non ho visto male, c’era solo Graziano Ostuni: sono andato a salutarlo prima di ripartire, ma è parso non riconoscermi. Devo essere molto invecchiato. Chiusa questa branca italiana del tour, Zucchero continua i live in USA e Canada per promuovere “Zucchero who?”, l’album (quasi) tutto in inglese che è la versione export di “Chocabeck”: la tracklist è “Life” (“Un soffio caldo”), “Someone else’s tears” (“Il suono della domenica”), “Soldati nella mia città”, “Glory” (E’ un peccato morir”), “Devil in my mirror” (“Vedo nero”), “Oltre le rive”, “Gotta feeling” (“Un uovo sodo”), “Spirit together” (“Chocabeck”), “Too late” (“Alla fine”), “In the sky” (“Spicinfrin boy”) e “God bless the child”. Per l’Italia è prevista l’uscita di un’edizione speciale di “Chocabeck” intorno a novembre: sembra non sia andata in porto l’ipotesi di un duetto natalizio con Irene Grandi che avrebbe potuto arricchire l’album di un inedito. Il 7 novembre inizia invece il tour indoor italiano, con due date al Forum di Assago, date già fissate fino al 3 dicembre e chiusura con due serate speciali, 19 e 20 dicembre, al Teatro Valli di Reggio Emilia. (fz)
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