Concerti, Paul Simon: la recensione dello show di Milano
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18 lug 2011 - Vi è mai accaduto di entrare in un negozio di strumenti musicali e commuovervi nel vedere le decine e decine di strumenti diversi, le mille forme, gli innumerevoli colori e di sognare tutta la musica del mondo, la più bella, lì, in quel momento? Il palco del Milano Jazzin’Festival nell’attesa che il concerto abbia il suo inizio appariva proprio così: chitarre, tamburi, strumenti a fiato di ogni foggia e molto altro ancora. Abbastanza per poter sognare del bello e del buono, come sottolineato alla mie spalle. Lei, vaga “chissà come sarà il concerto ?”, lui con la verità in tasca “rischia di essere uno dei pochi che giustifica il prezzo del biglietto!”. Con il beneplacito di Giove Pluvio che, dopo aver mandato acqua dal cielo per una mezz’ora e fatto fare affari ai venditori di impermeabili fuori dall’Arena, ha pensato bene di risparmiare la serata milanese, alle 21.10 senza roboanti presentazioni in tutta calma gli otto musici e il quasi settantenne Paul Simon, jeans maglietta nera e camicia blu sbottonata fuori dai pantaloni, si presentano e iniziano il loro concerto. Ed è grande musica dalla prima all’ultima nota. La band è perita ed affiatata e quando nove persone suonano d’intesa un repertorio di tale rispetto non si può rimanere delusi. Le due ore del concerto sono corse veloci senza scadimenti di tono. Le canzoni del nuovo “So beautiful or so what” non hanno sfigurato al cospetto dei classici del repertorio sixties o del periodo di “Graceland”. E tra una visita a una New York che forse non esiste più e un omaggio agli amati ritmi africani e caraibici, passando dalla intensa interpretazione di “Hearts and bones” alle travolgenti “That was your mother”, “Diamonds on the soles of her shoes” e “Gone at last”; fino alle cover di “Vietnam” del guru del reggae Jimmy Cliff, al classico che più classico non si può “Mystery train” di Junior Parker sino a “Here comes the sun” (sempre alle mie spalle, lei interrogativa “ma questa non è dei Beatles ?” lui prigioniero del suo personaggio “sì, ma dovrebbe averla scritta lui”) la serata è veramente perfetta, gestita con una grazia che pochi artisti si possono permettere e che il pubblico ha seguito partecipe con una luce tutta particolare negli occhi. Pubblico che, alla conclusione del primo set, abbandonate le sedie, si è assiepato sotto il palco e da lì lo ha seguito fino al termine. Allora Paul Simon riguadagnata la ribalta e accompagnato dalla sola chitarra intona una “The sound of silence” particolarmente ispirata che esalta una voce ancora intatta nonostante il trascorrere del tempo seguita da “Kodachrome” e allora è apoteosi. Mi sono reso conto che questa estate tutta la nostalgia per la musica con cui sono cresciuto mi sta presentando un conto piacevolissimo da saldare. Dopo aver salutato Bob Dylan, Roger Waters ora Paul Simon e quasi quasi mercoledì farò un salto, sempre da queste parti, a vedere come se la passa mister Robert Plant.(Paolo Panzeri)
Setlist:
The boy in the bubble
Dazzling blue
50 ways to leave your lover
So beautiful or so what
Vietnam
That was your mother
Hearts and bones
Mystery train
Slip slidin’ away
Rewrite
Peace like a river
The obvious child
The only living boy in New York
The afterlife
Questions for the angels
Diamonds on the soles of her shoe
Gumboots
The sound of silence
Kodachrome
Gone at last
Here comes the sun
Crazy lov
Late in the evening
Still crazy after all these years You can call me Al
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TAGS: Arena Civica, Concerti, Live, Milano, Paul Simon, recensione, Reports
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