Concerti, Vinicio Capossela: la recensione dello show di Milano
Pezzi come “Billy Budd” però non possono non coinvolgere: sembra quasi di vederlo, questo condannato a morte di melvilliana memoria che viene raccontato dalle chitarre acustiche e dalle catene che il cantautore di Hannover agita sul palco. La band, oltre a provvedere a fiati, chitarre e theremin, lancia grida e invocazioni dal ventre di Moby Dick. Non poteva mancare il “Polpo d’amor”, per il quale Capossela indossa otto tentacoli rossi con la solita abilità e ironia da trasformista consumato.
Per farsi aiutare e non perdere la bussola, ogni tanto il cantautore ricorre a qualche aiuto esterno: le Sorelle Marinetti ad esempio si prestano per i cori di “Pryntil”, storia di scandali negli abissi ispirata alla penna di Luis Ferdinand Céline, e riportano in vita la “Medusa cha cha cha”, secondo estratto da “Ovunque proteggi”.
I live di Vinicio Capossela sono come un circo, come un “freak show”, le sorprese possono spuntare da un momento all’altro: per “Vinocolo” compare perfino un uomo-Polifemo, mentre i giochi di ombre cinesi alle spalle della band disegnano ombre sinistre. Arriva anche il Minotauro, ormai un immancabile spauracchio nei suoi concerti, per lo spassoso punk cavernicolo di “Brucia Troia”. Ma non ci sono solo effetti speciali: per “Le pleiadi”, uno dei pezzi più belli e toccanti dell’ultimo album, bastano un pianoforte e la voce del cantautore per emozionare. Come fa la 12 corde di “Job” e “Aedo”. Peccato che, come purtroppo sta capitando sempre durante questo Milano Jazzin’ Festival, i musicisti debbano lottare contro il livello dei decibel davvero troppo basso. Soprattutto per chi ascolta dalle tribune.
Certo, andar per mare è faticoso. E per questo Capossela, dopo oltre un’ora di set a tema, si ferma. Si inchina di fronte al pubblico e chiama a raccolta la sua accolita di fedelissimi con “L’uomo vivo (Inno alla gioia)”: ormai questa canzone è un codice, una specie di liberi tutti. Appena l’artista l’annuncia, i seggiolini numerati si svuotano e gran parte degli spettatori va sotto il palco a ballare.
È l’inizio dei bis, dove invece è il vecchio repertorio a farla da padrone e più che in viaggio per mare sembra di essere ad una festa di paese. Arrivano così “Che cossè l’amor”, riarrangiata insieme alle Sorelle Marinetti, “Si è spento il sole” e la tarantolata “Il ballo di San Vito”. Con questi pezzi si va sul sicuro. C’è tempo anche per una cover di Bob Dylan, quando “When the ship comes in” diventa “La nave sta arrivando”. Dopo gli applausi, Vinicio torna per l’ultimo numero. “Bevo solo sul lavoro”, ci ricorda mentre si scola la prima birra in due sorsi e accarezza il pianoforte. Ai titoli di coda ci pensa “Le sirene”, commovente riflessione sul ritorno a casa. Quasi una “Nutless” mitologica.
Vinicio Capossela è un artista profondo, a volte un po’ manierista. Ma ha un’intensità e una capacità di tenere il palco come pochi in Italia. Pazienza se si concede poco al revival, se a volte ci chiede uno sforzo in più per seguirlo. L’importante è aver raggiunto il porto sani, salvi e felici. E il merito è tutto suo.
(Giovanni Ansaldo)
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Vinicio Capossela nasce ad Hannover, in Germania, il 14 dicembre 1965, ma la sua prima trasferta è… leggi tutto >
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