Concerti, John Mellencamp: la recensione dello show di Vigevano




Concerti, John Mellencamp: la recensione dello show di Vigevano 10 lug 2011 - Lo abbiamo aspettato più di vent’anni. Almeno dai tempi di “Scarecrow” e di “The lonesome jubilee”, formidabili dischi anni Ottanta che piazzarono John Mellencamp, allora ancora noto con il nome di battaglia di “Cougar”, in un’ideale santissima trinità del rock americano a fianco di Bruce Springsteen e di Tom Petty. Con una band che valeva (e vale) quasi quanto gli E Streeters e gli Heartbreakers, e un ruolo da pioniere nel percorso a ritroso verso le radici, il Midwest rurale messo in ginocchio dai cataclismi naturali e dal nuovo ordine mondiale, i fantasmi delle sacre icone del blues, del folk e del country. E’ così che si è fatto presentare ieri sera al festival “10 giorni suonati” al Castello di Vigevano: un film documentario di un’ora sul “making of” dell’ultimo album “No better than this” registrato in mono in tre luoghi simbolo della American Music, il vocione del Johnny Cash di “God’s gonna cut you down”  e una introduzione preregistrata che ricorda la sua vicinanza a Woody Guthrie e agli agricoltori americani. In completo scuro, che poi abbandonerà per restare in maglietta nera, ciuffo e muscoli da blue collar rocker, attacca con la band “Authority song” e ci si accorge subito che dal 1983 ad oggi le cose sono ovviamente cambiate: meno ferocia, passo più lento e atmosfera più rockabilly rispetto all’originale di “Uh-huh”. Il ponte ideale, in fondo, per approdare a “No one cares about me” dall’ultimo album, con quel ritmo chick-a-boom da Million Dollar Quarter ai Sun Studios di Memphis (uno dei santuari in cui è andato a registrare con T-Bone Burnett), e a “Death letter”, blues sincopato di Son House rivisitato anche dai Grateful Dead, i White Stripes e tanti altri.







Quando sul palco arrivano il violino di Miriam Sturm, in lungo e di rosso vestita, e la fisarmonica di Troye Kinnett (che suona anche organo e pianoforte) il mood della serata è definito: musica acustica ed elettrica, country folk e rock’n'roll, contrabbasso e basso elettrico, con due set di batteria per Dane Clark e due chitarre elettriche, imbracciate da Andy York e dal fedelissimo Mike Wanchic, che sciorinano power chords e intessono solidi arpeggi senza aver neppure bisogno di sfogarsi in assoli. Mellencamp ha la voce incatramata da mille sigarette: affaticata, rugosa ma carismatica e perfetta per le sue ultime canzoni. Che parlano di tempo che passa, di morte e di destino ineluttabile. Di una vita che, alla fine, è corta anche nei suoi giorni più lunghi (“Longest days”), come gli spiegò una volta la nonna centenaria e come racconta nell’unico momento di colloquio con la platea. Lo storytelling è affidato a canzoni come “West End”, le dichiarazioni di intenti a pezzi come “Save same time for dream”,  il contatto con il pubblico agli incitamenti ai battimani di “Check it out” e “Cherry bomb”, di “Jack and Diane” e “Small town”, vecchi classici da radio FM tramutati in spiritual o ballate agresti.  Una commovente “Jackie Brown”  e l’intermezzo strumentale di “The old rugged cross”, tradizionale di sapore irlandese e di matrice cristiana datato 1912, dimostrano che è il fiddle della Sturm la vera solista di una band senza solista (Mellencamp lo sa, e se la abbraccia più volte). Dopo quei momenti così rarefatti “Rain on the scarecrow” è un rombo di tuono, il vecchio coguaro ritira fuori gli artigli e ricomincia a ringhiare. Da lì in poi il concerto cambia ritmo e volume, tra gli irresistibili riff stonesiani di “Crumblin’ down”, il boogie rock della recente  “If I die sudden” (a proposito della caducità della vita..), l’immancabile “Pink houses” e un’esplosiva “Rock in the U.S.A.” con tanto di fan chiamato sul palco a urlare nel microfono. Così anche i vecchi cronisti e i nostalgici del vecchio Cougar sono sistemati, anche se intanto sta scoccando la mezzanotte, i bis non rientrano nel programma e chi ha perlustrato in anticipo le scalette del tour lamenta la mancanza di tre pezzi dalla setlist (sulla brevità del concerto, un’ora e quaranta scarse, varranno forse le parole spese dal promoter Claudio Trotta su Facebook a proposito dell’esibizione dei Black Crowes di due giorni prima: le trovate a questo indirizzo. Ma sono piccoli fastidi, tutto sommato. Quel che conta è che Mellencamp aveva ragione, quando spiegava alla nonna di avere ancora tante canzoni da cantare prima di essere pronto per l’aldilà. (Alfredo Marziano) Setlist: “Authority song”
“No one cares about me”
“Death letter”
“John Cockers”
“Walk tall”
“The West End”
“Check it out”
“Save some time to dream”
“Cherry bomb”
“Jack and Diane”
“Jackie Brown”
“Longest days”
“Small town”/”The old rugged cross”
“Rain on the scarecrow”
“Crumblin’ down”
“If I die sudden”
“Pink houses”
“Rock in the U.S.A.”


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emilio abbati
Dante Caro John:
'Siamo a fine corsa, emotivamente, spiritualmente e musicalmente. '
chi l'ha detto?
buon compleanno
Bruce Cockburn
accadde oggi
Nasce Dee Dee Bridgewater…




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