Concerti, Arcade Fire: la recensione dello show di Milano
06 lug 2011 - Quando parte quel riff irresistibile di chitarra, quando parte quel “Oooo ooo ooo ooo” e il megaschermo inquadra le facce estasiate del pubblico. E’ quello il momento in cui la catarsi si completa. E lì che la vita di un ascoltore di musica trova redenzione. Di un ascoltatore costretto a scegliere tra gli ennemila concerti di questo mese. Di un ascoltatore che per vedere un concerto in centro a Milano deve trovarsi assediato dalle zanzare, che sono molte ma molte di più del numerosissimo pubblico dell’Arena Civica. E deve anche accettare che i volumi siano più bassi del normale per non disturbare troppo i residenti – compromesso che ci può stare ma che risulta decisamente penalizzante per una band che fa del muro di suono la sua cifra. E’ in quel momento, quello quando parte “Wake up” – ovvero la canzone che gli U2 non riescono a scrivere da 15 anni, come si disse qualche tempo fa – che perdoni anche le poche debolezze degli Arcade Fire, compresa quella di far seguire a cotanto capolavoro la deboluccia “Sprawl II”, poco più che un divertimento ai limiti del kitsch quasi quanto il commento di Win Butler sulla bontà del cibo italiano. Gli Arcade Fire suonano all'Arena Civica di Milano all'interno del Milano Jazzin' Festival e arrivano sul palco poco prima delle 10, dopo Cloud Control e White Lies e dopo un breve filmato sui megaschermi accolto con ovazioni dal pubblico. Pubblico delle grandi occasioni, peraltro: volti noti nel parterre (avvistati Marlene Kuntz, Baustelle e Dente). Per il resto: evidenti appartenenti a tribù indie, che si confondono nel marasma di gente di ogni tipo ed età, ed è questo il segnale più bello, la consacrazione definitiva del gruppo e della sua trasversalità. Partenza subito forte, qualche indecisione o forse qualche problema tecnico nel primo brano, “Ready to start”, presto risolto. Si sente, per l’appunto, che i volumi sono bassi, ma il suono è comunque equilibrato. La band piazza quasi subito un’inaspettata “My body is a cage”, che con il suo incedere funereo e la sua partenza rappresenta il lato migliore dell’epica della band. Proprio quell’epica che un amico oggi mi faceva notare – in una liberatoria discussione sui social network opportunamente ribattezzata “Arcade Flame” – su disco rischia spesso di portare alla noia. Dal vivo il problema non si pone, e lo dimostra il resto del concerto, con una scaletta strutturata in maniera diversa da quella di Bologna dell’anno scorso, e che rinuncia pure a “Suburban war”, uno dei brani migliori di “The suburbs”. Lo spannometro segna il vantaggio degli Arcade Fire: hanno suono, repertorio, presenza scenica – con quel giochino delle sedie musicali che li vede spesso cambiare strumenti. Tutto questo li pone spanne sopra molte altre band contemporanee. Poi, certo, si possono ripetere alcune delle cose che dicemmo a proposito del loro concerto di un anno fa. Ovvero che tendono a mettere troppa roba nella loro musica e che i generi musicali che citano, più che fondersi e ibridarsi, ogni tanto sembrano in frizione. Ogni tanto sono un po’ citazionisti: a me e a qualche amico quarantenne tornava spesso in mente la “big music” dei Waterboys dei tempi d’oro. Ma sono dettagli. Perché hanno ragione loro, se la risposta del pubblico è quella che si è vista questa sera e se loro riescono a tenere questo livello di intensità. L’unico vero difetto, è la profondità del repertorio: concerto davvero troppo breve per una band che ormai se la gioca con i grandi nomi del rock. Ma dategli qualche anno, e risolveranno anche questo.(Gianni Sibilla)
Setlist:
Ready to Start
Keep the Car Running
No Cars Go
Haïti
My Body Is a Cage
(requested by Cloud Control)
Crown of Love
(Win forgot lyrics at the beginning)
The Suburbs
The Suburbs (Continued)
Month of May
Rococo
Neighborhood #2 (Laika)
Intervention
Neighborhood #1 (Tunnels)
We Used to Wait
Neighborhood #3 (Power Out)
Rebellion (Lies)
Encore:
Wake Up
Sprawl II (Mountains Beyond Mountains)
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TAGS: Arcade Fire, Milano, Reports
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