Concerti, Bob Dylan: la recensione dello show di Milano
23 giu 2011 - Bob Dylan è un iconoclasta di sé stesso. Non ama le celebrazioni, questo lo si è sempre saputo. E si diverte a fare a pezzi il suo mito in modo sistematico da anni. Poche interviste, pochissime ruffianerie verso il pubblico. Ma soprattutto un approccio al palcoscenico da vecchio crooner più che da superstar, un ruolo che lui potrebbe sicuramente concedersi molto più di chiunque altro. Eppure Dylan è così: il suo “Never ending tour” è di fatto in piedi dal 1988, salvo poche pause, e il fatto che stasera sia a suonare in Italia di per sé non è una novità sconcertante.Eppure il luogo scelto per questo concerto milanese da tutto esaurito è proprio il motivo per cui ha senso essere qui, nonostante i 70 euro non proprio accessibili del biglietto. L’Alcatraz, per la capienza e il “contatto” tra palco e spettatori, è perfetto per Bob e la sua band. È un po’ come stare in un club americano, il luogo ideale per un cowboy settantenne che non ha la minima voglia di sentirsi più giovane.
Sono circa le 21.15 quando la voce di un roadie, come succede ad ogni data, annuncia l’inizio dello show: “Signore e signori, ecco l’uomo che ha costretto il folk ad andare a letto con il rock’n'roll. Signore e signori, l’artista della Columbia Bob Dylan!”, annunciano gli altoparlanti. Un’introduzione d’altri tempi. Ed ecco che compare Bob: giacca e pantaloni scuri, camicia bianca e cappello nero dove spunta una penna rossa. Quasi un Hank Williams dark. Con lui la band guidata dal bassista Tony Garnier, sideman e arrangiatore fidatissimo. Parte una versione blues e sporca di “Leopard-skin pill-box hat”: come al solito ci vuole qualche secondo prima di riconoscere le canzoni, ma questa è una delle tante sfide alle quali si va incontro nei live di Mr.Zimmermann.
Già dai primi pezzi però il cantautore dimostra di essere in serata e regala diverse chicche: non capita di sentire spesso “When I paint my masterpiece”, memoria dei tempi in cui flirtava con The Band. Bellissima “I don’t believe you (She acts like we never have met)”, un pezzo che nel ‘64 suonava come lo sfogo di un giovane innamorato e oggi, con la voce da orco che si ritrova Bob, sembra il lamento di un vecchio rancoroso. Una versione che sarebbe piaciuta a Tom Waits, per capirci.
Dopo l’ottimo inizio però c’è qualche discreto calo di tensione. Soprattutto nelle esecuzioni più “scolastiche” dei brani più recenti come “Spirit on the water”, estratta da “Modern times”, e “Tweedle dum & tweedle dee”. Ma non sempre le canzoni scritte negli ultimi anni sfigurano, anzi. “Can’t wait” ad esempio, pubblicata nell’anno domini 1997, è un vero tuffo al cuore con il suo riff tagliente e i ruggiti della voce di Dylan.
Il folksinger di Duluth, come detto, è in ottima forma: si muove spesso tra organo e chitarra, quando non impugna solo l’armonica improvvisando perfino qualche timido passo di danza. Sa di essere un po’ anacronistico, di trovarsi in un’epoca che non gli appartiene. Ma è astuto a trasformare questo aspetto in un punto a suo favore. Ogni tanto, udite udite, sorride pure. Tutti si aspettano i suoi classici, ovviamente. E i classici arrivano, purché si abbia l’abilità di riconoscerli. “Visions of Johanna” viene riproposta quasi come una ballata da prateria, mentre Mr.Tambourine la accarezza a tratti con la voce. Non immediata, ma in fondo molto toccante.
I momenti più intensi della serata in realtà arrivano dopo la prima ora di live: prima con “Forgetful heart”, contenuta nell’ultimo disco in studio “Together through life”, dove Dylan dà il meglio di sé aiutato da un violino in primo piano. E poi con una rauchissima “Ballad of a thin man”, dove quel “You don’t know what it is, do you Mr.Jones?” diventa quasi un rantolo accompagnato dal solito blues della band. Emozionante.
C’è ancora tempo per i bis, dove Dylan regala tre pezzi da Novanta come “Like a rolling stone”, neanche a dirlo la più cantata e apprezzata, e “All along the watchtower” e “Blowin’ in the wind”, in due versioni a stento riconoscibili. Su quest’ultima in particolare tra il pubblico scatta perfino qualche risata, visto l’arrangiamento che trasforma lo storico inno in una specie di strano valzer folk.
Bob Dylan però è così, prendere o lasciare. La sua forza è quella di saper comunque intrattenere, a costo di un’imprevedibilità costante che può a volte diventare fastidiosa, soprattutto per chi non conosce bene le sue canzoni. Però riesce anche a dimostrare ogni volta che a lui piace davvero essere ancora sulla strada, non lo fa per lucrare su quello che è stato. Semplicemente suona, riarrangia e spesso storpia le meravigliose canzoni che ha scritto in tutti questi anni. Incurante del mito che lui stesso ha creato.
(Giovanni Ansaldo)
Setlist:
1. Leopard-Skin Pill-Box Hat
2. When I Paint My Masterpiece (Bob on guitar)
3. ‘Til I Fell In Love With You
4. I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met)
5. Summer Days
6. Spirit On The Water
7. Tweedle Dee & Tweedle Dum (Bob on guitar)
8. Can’t Wait
9. The Levee’s Gonna Break
10. Visions Of Johanna
11. Highway 61 Revisited
12. Forgetful Heart
13. Thunder On The Mountain
14. Ballad Of A Thin Man
(encore)
15. Like A Rolling Stone
16. All Along The Watchtower
17. Blowin’ In The Wind
… Leggi l'articolo originale …
TAGS: Alcatraz, Bob Dylan, can't wait, Concerti, Like a rolling stone, Live, recensione, Reports, scaletta, setlist
Tutto su Bob Dylan
Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, nasce a Duluth, nel Minnesota, il 24 maggio 1941 e… leggi tutto >
Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, nasce a Duluth, nel Minnesota, il 24 maggio 1941 e… leggi tutto >
COMMENTA QUESTA NOTIZIA
| Braulio | Nomi band |
| Simona | Mr tamburine man? |
| birillo | zimmermann |
|














