PJ Harvey spiega 'Stories from the city, stories from the sea': 'Canzoni più asciutte, e più sagge'




PJ Harvey spiega 'Stories from the city, stories from the sea': 'Canzoni più asciutte, e più sagge' 23 ott 2000 - A una prima occhiata, l’impressione è che compiuti i 30 anni, la cantante inglese sia tornata sulla terra. Il personaggio difficile da interpretare che appariva nei video sciattissima e in mutande oppure si proponeva in concerto truccatissima e con abiti rosa terribilmente glamour, ha l’aria di aver “scremato” molte cose, e non solo dal suo look – un sobrio abito nero appena un po’ da “dark lady”. In effetti lei stessa ci descrive “Stories from the city, stories from the sea” come il frutto del suo desiderio di “Scrivere canzoni semplici e forti. Melodie forti, parole forti. Nei dischi precedenti avevo lavorato molto in studio per creare suoni, puntavo sull’atmosfera, prima ancora che sulla musica in quanto tale. Ora credo di aver puntato su canzoni che hanno una loro vitalità anche se suonate solo con una chitarra… Penso che le mie canzoni oggi siano migliori. Sono più sagge. E un po’ lo sono anch’io: sto meglio con me stessa, penso che 30 anni sia una bella età... Quando ero più giovane pensavo che fossero l’anticamera della tomba, invece ora non vedo l’ora di diventare vecchia e sapere più cose”.
Il nuovo album risente molto dell’influenza di uno dei luoghi dove è stato scritto, cioè New York, dove la “ragazza di campagna” si è trasferita per sei mesi. “E’ stato un processo di assorbimento dell’energia del posto. E’ un gran posto per scrivere canzoni, soprattutto quel certo tipo di canzoni che desideravo scrivere. Anche se alcuni brani piuttosto aggressivi come “The whores and the hustlers” li ho scritte nella campagna inglese”. Il disco del resto cerca un’equidistanza tra luoghi, come suggerisce il titolo. “Il mare di cui parlo simboleggia il subconscio. Vivo in posti diversi, ma sono cresciuta con il mare vicino. E’ stato una parte importante del mio immaginario. La terra invece rappresenta la parte cosciente. Scrivere canzoni è un po’ come mediare tra terra e mare, combinando immaginazione e realtà”.
I dodici brani del disco sono eseguiti da una formazione ridotta all’osso: Polly Jean, il batterista Rob Ellis e Mick Harvey dei Bad Seeds. Ai tre, che sono anche i produttori del lavoro, si aggiunge Thom Yorke dei Radiohead come corista in due brani e come voce duettante in “This mess we’re in”. “Thom ha una voce incredibile, ho scritto il brano sperando che lo cantasse proprio lui. Penso che sia stato contento di usare la sua voce in modo diverso da come aveva fatto fino a ieri”. Per il futuro, PJ pensa a un’altra collaborazione, quella con Will Oldham. “E’ la prossima persona con cui voglio lavorare. Penso che potrebbe essere divertente. Ha scritto una canzone per me, non l’abbiamo ancora registrata”.
L'intervista completa a PJ Harvey uscira su Rockol il 30 ottobre prossimo.



TAGS: Bad, Ellis, Jean, Mick, Oldham, PJ Harvey, Polly, pop/rock, Radiohead, Rob, Seeds, Thom, Will, Yorke

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