Concerti, Belle & Sebastian: la recensione dello show di Milano
15 apr 2011 - Poco prima delle nove salgono sul palco dell’Alcatraz gli Schwervon, duo americano (Major Matt Mason e Nan Turne rispettivamente a chitarra e batteria) classe 1999 di stanza a New York. A loro tocca aprire la data milanese dei Belle and Sebastian con una mezz’ora scarsa di indie abbastanza annoiato e fin troppo poco convinto, che permette però alla location di guadagnare tempo e riempirsi per circa tre quarti. Ci sono vecchi affezionati e nuovi seguaci della band scozzese, la vecchia e la nuova scuola riunite in assemblea sotto lo stesso tetto. I più giovani davanti, attaccati diligentemente alle transenne in attesa del set, i più vecchiotti quieti nelle retrovie a ricordare quando a fianco di Stuart Murdoch trovavano posto Isobel Campbell e Stuart David. Altri tempi, altri album. I Belle and Sebastian di oggi, in tour per promuovere l’ultimo “Write about love”, non sono più la band timida e riservata del passato: Murdoch balla disinvolto in giacca e foularino alla “Austin Powers”, scherza con la platea più giovane (talmente giovane da non potersi ricordare i tempi di “My wondering days are over”, suonata per la seconda volta in assoluto in questo tour), chiede brillantemente un gin tonic al bar e raccoglie persone dalle prime file invitandole a farsi quattro passi sul palco e premiandole infine con la consegna di una medaglia “al merito”. Un vero padrone di casa (legato all’Italia in modo particolare dopo aver trovato moglie nel nostro paese) che non disdegna però di lasciare il palco ai suoi compagni, Stevie Jackson e Sara Martin in primis, lungo tutta la durata del set: diciannove pezzi pescati bene o male dall’intera discografia dei B&S per un’ora e quaranta di musica. E se si esclude qualche problema di acustica, amplificato da uno spiacevole rimbombo ben udibile specialmente dalla zona mixer in poi, i Belle and Sebastian hanno offerto un ottimo spettacolo. Partenza lanciata con la nuova e divertente “I didn’t see it coming” giusto per scaldare l’ambiente, seguita a ruota da “I’m a cuckoo” e “Step into my office, baby” (due pezzi molto ben accolti presi direttamente da “Dear catastrophe waitress” del 2003), e dalla già citata “My wandering days are over”. Una scaletta costruita ad arte per amalgamare il vecchio e il nuovo nel modo meno traumatico possibile (solo tre pezzi di “Write about love” nel conto finale), giusto per cercare di accontentare un po’ tutti. Operazione sostanzialmente riuscita: da un lato riempie di gioia veder risplendere ancora dopo tanti anni pezzi come “Piazza, New York catcher”, “Dear catastrophe waitress”, “The fox in the snow” e l’inarrivabile “Sleep the clock around” (posta strategicamente in chiusura di set). Dall’altro è incoraggiante vedere come i nuovi arrivi, “I want the world to stop”, “I’m not living in the real world” (cantata in collaborazione con la platea dell’Alcatraz) e i comunque recenti “Sukie in the graveyard” e “The blues are still blue” (primo pezzo dell’encore), siano in grado di reggere il confronto con un così sfavillante passato. Serata chiusa sulle note incalzanti di “Me and the major”: l’anno era il 1996, l’album “If you’re feeling sinister” e tutti noi, ahimè, avevamo quindici anni di meno. In definitiva un’esperienza piacevole, senza dubbio divertente e a tratti affettuosamente malinconica, gestita e orchestrata al meglio da uno Stuart Murdoch particolarmente ispirato e di buon umore.(Marco Jeannin)
SETLIST
“I didn’t see it coming”
“I’m a cuckoo”
“Step into my office, baby”
“My wandering days are over”
“I’m not living in the real world”
“Piazza, New York catcher”
“I want the world to stop”
“Lord Anthony”
“Sukie in the graveyard”
“The fox in the snow”
“Dear catastrophe waitress”
“I’m waking up to us”
“There’s too much love”
“The boy with the arab strap”
“If you find yourself caught in love”
“Simple things”
“Sleep the clock around”
“The blues are still blue”
“Me and the major”
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TAGS: Alcatraz, Belle & Sebastian, Belle and Sebastian, Concerti, Live, Milano, recensione, Reports
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