Concerti, Low Anthem: la recensione dello show di Milano
29 mar 2011 - Da quale epoca provengono i Low Anthem? Dal 1940, l’anno del debutto di Woody Guthrie con “Dust bowl ballads”? Oppure dagli anni ‘70, quando Neil Young pubblicava “Harvest”? Da nessuno di questi due periodi perché, sembra strano, stiamo parlando di una band contemporanea: esordio nel 2006 e “appena” quattro album alle spalle. L’ultimo uscito, “Smart flesh”, è stato registrato a Central Falls nella loro patria originaria, il Rhode Island. E, per farvi capire i personaggi, conviene ricordare che il luogo scelto per lavorare alle canzoni è stata una fabbrica abbandonata: un ex stabilimento della Porino’s, la Barilla americana. Ora, il preambolo serve a dire una cosa: la musica a cavallo tra folk e rock di questo quartetto statunitense non ha tempo, potrebbe essere stata scritta oggi come cent’anni fa. E vederli dal vivo alla Salumeria della Musica di Milano non fa che confermare questa teoria.Ad aprire le danze, alle nove e mezzo, ci sono in realtà gli Head and Heart, band indie-folk di Seattle, che regala un’oretta di musica molto brillante. Il gruppo, guidato dal fascinoso cantante e chitarrista Jonathan Russell, suona un pop tradizionale e divertente, nel quale l’Americana incontra i Beatles e Dylan. I pezzi tratti dal loro omonimo album d’esordio sembrano tutti buoni e ispirati, anche grazie ad un ottimo lavoro di squadra, soprattutto vocale: spiccano l’apertura di “Cats and dogs/Couer d’Alene” e “Lost in my mind”, un pezzo che sarebbe piaciuto molto a Ryan Adams. Niente male, questi Head and Heart. Quantomeno da tenere d’occhio per il futuro.
Ma il piatto forte deve ancora venire. Verso le dieci e mezzo, i Low Anthem fanno la loro comparsa sul palco della Salumeria. La band, che ama recuperare e restaurare strumenti abbandonati, sfodera subito le sue armi migliori: sul primo brano, l’eterea “Matter of time”, il frontman Ben Knox Miller si siede all’harmonium e riesce subito a fermare il tempo con un colpo di bacchetta magica.
Miller, per quanto sia atipico e schivo nel suo modo di tenere il palco, ha una voce da brividi, intensa e versatile. Poi tocca alla cover di George Carter “Ghost woman blues” dare il primo vero colpo al cuore della serata: i Low Anthem si chiudono in un piccolo semicerchio, armonizzando le quattro voci come negli spiritual di inizio secolo e riescono se possibile a regalare una versione ancora più scarna di quella del disco. E colpisce anche come i quattro si alternino agli strumenti, con fare serioso e professionale. Jocie Adams, unica donna della band, li gira praticamente tutti: basso, organo, dulcimer e chi più ne ha più ne metta. Mat Davidson invece a volte sfodera una sega musicale, che pizzica con l’archetto. Jeff Prystowsky a sua volta si destreggia con naturalezza tra contrabbasso e batteria.
Ogni tanto, per quanto possibile visto il contesto, il gruppo alza anche un po’ il ritmo e i decibel, come nella sporca “Hey, all you hippies!” nella quale si sente aleggiare il solito fantasma di Neil Young. Tra il pubblico ad un certo punto qualcuno chiede “To Ohio”, il singolo più “famoso” del quartetto. Detto fatto, eccola in una versione ancora più spogliata di quella su disco. Di musica di qualità, comunque, ce n’è davvero molta: come nella doppia parentesi garage-blues di “Home I’ll never be”, brano di Jack Kerouac rifatto tra gli altri da un certo Tom Waits, e di “Boeing 737″, che ricorda l’11 settembre e sembra tracciare un filo rosso che va da Bob Dylan ai Neutral Milk Hotel. Per “This damn house” Ben Knox Miller sfodera addirittura gli effetti speciali, giocando a sporcare la cruda teatralità della canzone con le interferenze di due telefoni cellulari, creando l’ennesimo cortocircuito nella macchina del tempo firmata Low Anthem.
Poco dopo le 11 il gruppo chiude la setlist regolare, salvo tornare dopo poco richiamato dagli applausi. Ecco allora “Smart flesh” e soprattutto la cover di “Bird on a wire” di Leonard Cohen, anche questa trasformata in uno spiritual post-moderno di struggente bellezza.
“Sono degli alchimisti”, capita di sentir sussurrare a qualcuno tra il pubblico. Ed è vero. I Low Anthem sono degli alchimisti del folk, a cui piace anche prenderci un po’ in giro, facendoci pensare per un attimo che tutti questi anni a cavallo tra un secolo e l’altro, anche per chi non li ha vissuti, non siano mai passati.
(Giovanni Ansaldo)
Setlist:
Matter of Time
Ghost Woman Blues
Burn
To the Ghosts Who Write History Books
Sally Where’d You Get Your Liquor From (cover di Gary Davis)
Hey, All You Hippies!
I’ll Take Out Your Ashes
To Ohio
Apothecary Love
This God Damn House
Home I’ll Never Be (cover di Jack Kerouac)
Boeing 737
Ticket Taker
Charlie Darwin
Encore:
Smart Flesh
Bird On The Wire (cover di Leonard Cohen)
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TAGS: Ben Knox Miller, Concerti, Live, Low Anthem, Milano, Reports, Salumeria della Musica, The Head and The Heart
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I Low Anthem nascono nel 2006 a Providence, Rhode Island, per iniziativa del songwriter, poeta e… leggi tutto >
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