Concerti, Beady Eye: la recensione dello show di Milano




Concerti, Beady Eye: la recensione dello show di Milano 17 mar 2011 - “Liam Liam”, urla il pubblico dell’Alcatraz verso le nove, appena prima che i Beady Eye salgano sul palco. Dopotutto, si sa, sono tutti qui per lui: Liam Gallagher, classe 1972, nato e cresciuto a Manchester. Oggi, volente o nolente, il cantante inglese è il simbolo di tante cose: del Britpop, della New British Invasion degli anni Novanta e soprattutto degli Oasis, una delle band più importanti e popolari di fine secolo. Un gruppo che in quegli anni per un momento è sembrato in grado di sollevare il mondo con un pugno di canzoni. Dopo lo scioglimento della band nel 2009, orfano di Noel, il più giovane dei fratelli Gallagher ha deciso da subito di raccogliere i cocci di quella formazione e di andare avanti con una nuova/vecchia line-up, accompagnato dai compagni di ventura Gem Archer, Andy Bell e Chris Sharrock.
La sua voglia di far vedere a tutti che può farcela, anche senza il sangue del suo sangue, è stata lampante sin dall’inizio della sua nuova avventura. E anche stasera ce l’ha messa davvero tutta. Anzitutto nella coraggiosa scelta della scaletta: nessuna canzone degli Oasis, nessuna concessione a chi è venuto qui sperando di sentire “Wonderwall” o “Live forever”. Solo brani estratti dall’unico (al momento) disco dei Beady Eye, “Different gear, stil speeding”.
Sono le nove e dieci circa quando il gruppo fa la sua comparsa, sulle note di un’intro strumentale. Il cantante si presenta avvolto nella bandiera italiana, giusto per ricordare che ai fan nostrani – forse i più calorosi dopo quelli inglesi – ci tiene in modo particolare. Il caschetto alla Beatles è sempre quello di un tempo, così come la posa di fronte al microfono. L’apertura è saggiamente affidata ad uno dei pezzi migliori del gruppo, “Four letter word”, una cavalcata rock scritta da Andy Bell che nel testo guarda caso sembra alludere proprio allo scioglimento degli Oasis. Poi tocca a “Beatles and Stones”, che ricorda molto da vicino il classico degli Who “My generation”. Un inizio di puro rock’n'roll dunque, dove la band dimostra di avere un ottimo affiatamento e impatto sonoro. Buono il lavoro di Archer e Bell, che si alternano alla chitarra solista. Al basso c’è Jeff Wootton,  ex-Gorillaz, mentre alla tastiera c’è Matt Jones. La voce di Liam è in forma, molto di più rispetto alle apparizioni live degli anni scorsi. Il suo ruolo di frontman e catalizzatore dell’attenzione, neanche a dirlo, è ormai più che fondamentale.
A portare avanti l’esibizione ci pensa “Millionaire”, che sarà il prossimo singolo: un pezzo che dal vivo rende di meno rispetto alla versione in studio, orfana delle apprezzabili chitarre acustiche. Va meglio con il singolo “The roller”, più cantata da tutti e lennoniana fino al midollo. Stesso discorso per “Bring the light”, la più divertente e ballabile della setlist, e “Three ring circus”, un rock-blues davvero efficace. Gli spettatori sembrano coinvolti: spiccano qua e là veri e propri sosia del cantante di Manchester, vestiti in tutto e per tutto come lui. In generale, l’impressione è proprio quella di trovarsi davanti ad un pubblico di ex-fan degli Oasis. Nella seconda metà del concerto parte perfino qualche coro “blasfemo” dedicato al fuggiasco Noel Gallagher, piuttosto isolato ma che comunque deve far riflettere.
I Beady Eye nel frattempo vanno avanti, sfoderando anche qualche lento da lacrimuccia come “Kill for a dream”, una specie di “Champagne Supernova” in miniatura, e la meno riuscita “The beat goes on”, troppo affogata nelle distorsioni e nei riverberi. Nonostante la buona volontà però, in generale il gruppo fatica a mantenere l’intensità dell’inizio, complice anche il repertorio un po’ monocorde. Dopo la chiusura del set regolare con “The morning son”, una suite psichedelica molto semplice ma affascinante scritta da Liam, tocca alla cover degli World Of Twist “Sons of the stage” dare la botta finale e far rialzare il livello di adrenalina e di coinvolgimento. Liam scende perfino in mezzo al pubblico, cosa impensabile fino a poco tempo fa. Totale dell’esibizione? Poco più di un’ora. Non molto a dir la verità, ma non era lecito aspettarsi molto di più.
Quello che colpisce però, al di là della resa delle singole canzoni, è vedere davvero tanta gente con la maglietta degli Oasis, o sentire altri invocare a gran voce “Don’t look back in anger”. Insomma non sarà facile per Liam convivere con il fantasma degli Oasis: lui ci sta provando con tutte le forze, bisogna vedere se riuscirà a farlo con più convinzione di quella dimostrata stasera. Per ora è impossibile non dargli una seconda possibilità, quindi gliela concediamo con piacere.

(Giovanni Ansaldo)


SETLIST:

Four Letter Word

Beatles and Stones

Millionare

For Anyone

The Roller

Wind Up Dream

Bring the Light

Standing on the Edge of the Noise

Kill For A Dream

Three Ring Circus

The Beat Goes On

Man of Misery

The Morning Son


Encore:

Sons of the Stage
 


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TAGS: Alcatraz, Beady Eye, Concerti, Liam Gallagher, Live, Milano, Oasis, Reports

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