Concerti, Mogwai: la recensione dello show di Bologna




Concerti, Mogwai: la recensione dello show di Bologna 10 mar 2011 - I fan dei Mogwai sono come un fiume carsico. Non ne senti parlare, scorrono quasi interamente sottoterra per poi riemergere con forza in superficie, ma solamente in rigorose occasioni ben selezionate, vedi i live, quando ti accorgi che sono una quantità bella consistente. Che poi non tutti siano coscienti di che cosa sia un live dei Mogwai, questo è un altro paio di maniche: il pubblico dell’Estragon spazia dal feticcione ipercompetente in tenuta da scafato post rocker (maglia degli Slint e compagnia bella), al neofita che scalda l’attesa con chiacchiere da bar (della musica, non dello sport). Gli stessi che al banchetto del merchandising si fanno due risate perché, con le magliette, le felpe e quant’altro, si vendono per la modica cifra di due euro i tappi per le orecchie marcati Mogwai. Poco dopo le nove sale sul palco RM Hubbert, massiccio chitarrista acustico, sul cui sito ufficiale compare un’iniziativa quantomeno curiosa denominata “We play for food”. Bene: volete organizzare una serata con RM Hubbert? Niente di più facile. Vi basterà invitare in casa (o dove volete) un po’ di gente amante della musica, preparare la cena per tutti e il buon “Hubby” sarà lieto di suonare un set informale per chiunque sia così gentile da averlo come ospite. Un ragazzone così non si può che adorarlo al primo colpo. E a giudicare dalla stazza, deve averne fatte di date… Ad ogni modo, per quanto riguarda la serata con i Mogwai (che non credo l’abbiano convinto a suonare promettendogli una cena), “Hubby” si presenta sul palco accompagnato solamente da una chitarra acustica. Un set d’apertura completamente strumentale, di una mezz’oretta abbondante: fingerpicking di qualità, molto soft e delicato, ma purtroppo ignorato da buona parte della platea, troppo impegnata a fare altro e a farlo maleducatamente ad alta voce. A mettere tutti a tacere ci pensano i Mogwai, sul palco bolognese dieci minuti dopo le dieci. Il saluto è sempre lo stesso, “We are Mogwai from Glasgow”. Stuart Braithwaite appare visibilmente dimagrito, mentre Dominic Aitchison sfoggia un bel barbone quasi folk. L’attacco spetta a “White noise”, seguita dalla meravigliosa “Killing all the flies” e da “Death rays”. Lentamente l’Estragon si svuota di parole e si riempie di volume, di quel famoso muro sonoro denso e impenetrabile che ha reso celebre il quintetto scozzese. Benvenuti a un set dei Mogwai, dove l’unica cosa che conta è ciò che si sente. Benché l’Estragon non sia dotato di un’acustica delle migliori, il lavoro fatto in zona mixer dai tecnici dei Mogwai è come sempre ottimo. I primi tre pezzi servono per assestare il tiro, mentre “How to be a werewolf” (straordinariamente coinvolgente, accompagnata dal bel video ufficiale che scorre sul fondale) e “San Pedro”, iniziano a scardinare le difese uditive del pubblico. Pochissime parole come di consueto, solamente qualche “grazie” pronunciato da Stuart e niente di più. “I’m Jim Morrison” (leggermente riarrangiata) è accolta con lo stesso entusiasmo riservato ai pezzi dell’ultimo “Hardcore will never die, but you will”, segno che per quanto sulla via del cambiamento (pezzi più corti e nettamente più diretti), la fanbase dei Mogwai ha comunque apprezzato i due lavori più recenti del gruppo. Entusiasmo supportato da una resa live impeccabile, che trasforma anche un pezzo apparentemente innocuo come “White noise” in una cavalcata post rock notevolmente più massiccia che su disco. Che i Mogwai fossero una live band però già si sapeva, non l’ho scoperto io e in ogni caso, non l’ho scoperto oggi. “New path to Helicon, pt.1” è un pezzo che merita un capitolo a parte. Dominic cede il basso a Stuart che si siede defilato in zona amplificatori. Parte in silenzio quello che a conti fatti è uno dei pezzi migliori dell’intera discografia. Pulita, incredibilmente travolgente, esaltante: la quintessenza dei Mogwai. Da qui in poi il set si mantiene su livelli ottimi, senza però eguagliare i picchi della prima parte. Spigolosa ad hoc “Rano pano”, accolta ovviamente come si compete a un singolo, più delicata invece “Friend of the night”, forse l’unico pezzo che perde qualcosina in versione live in quanto ad energia. Ad accompagnare la band, aggiungendo una chitarra in “You’re Lionel Richie”, sale poi sul palco Luke Sutherland, musicista e scrittore scozzese di chiare origini africane, già al lavoro con la band ai tempi di “Cody”. Una specie di sesto Mogwai se consideriamo che su “Hardcore will never die” suona e canta (ebbene si), in cinque pezzi su dieci. A questo punto Stuart ringrazia per la serata “amazing”, e introduce gli ultimi due pezzi in scaletta. “Hunted by a freak” è ormai un grande classico e si comporta da tale, mentre “Mexican Gran Prix” con Sutherland a dividersi le parti vocali con il solito Barry Burns, è la sorpresa più bella della serata (giustamente tenuta in caldo per il gran finale di prima parte), così grintosa da non far rimpiangere le vecchie chiusure alla “Batcat” e “We’re no here” tanto per intenderci. Piccola pausa per far riposare le orecchie e rientro quasi immediato con il divertissement elettronico vocoderizzato “George Square Thatcher death party” che riscalda l’ambiente prima del finale di “My father, my king”: una tirata elettrica unica di più di trenta minuti, quasi insostenibile a livello uditivo, post rock come raramente capita di sentire. Una maratona interminabile e forse per questo da considerarsi eroica, in primis per il pubblico visibilmente provato dell’Estragon. Caos a livelli audio improponibili: la cassa di destra cede dopo dieci minuti sotto i colpi della chitarra di Braithwait, un’accetta affilata. Uno dopo l’altro, i Mogwai lasciano il palco arrivati quasi a due ore di concerto, nel bel mezzo di una tempesta drone fatta di distorsioni lancinanti, lasciando al solo John Cummings il compito di tramortire definitivamente la platea bolognese arrivata al termine del set quasi completamente priva di udito. Una chiusura incredibile, ostica e senza ombra di dubbio, memorabile. Appuntamento dunque a Milano e poi chissà: andare ai live dei Mogwai ogni volta che se ne presenta l’occasione, è sempre un piacere. E dopo un concerto come questo è facile ricordarsi il perché.
  (Marco Jeannin)
  SETLIST
  “White noise”
  “Killing all the flies”
  “Death rays”
  “How to be a werewolf”
  “San Pedro”
  “I’m Jim Morrison, I’m dead”
  “New path to Helicon, pt.1”
  “Rano Pano”
  “Friend of the night”
  “You’re Lionel Richie”
  “Hunted by a freak”
  “Mexican Gran Prix”
  Encore
  “George Square Thatcher death party”
  “My father, my king”
 


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