Concerti, Monotonix: la recensione dello show di Milano



Concerti, Monotonix: la recensione dello show di Milano 03 mar 2011 - Viene un po’ da ridere, perché dopo serate come queste, arrivato il momento di mettersi a scrivere, il primo pensiero è: “E adesso cosa gli racconto?”. I Monotonix fanno garage rock che più rock non si può. Voce, chitarra e batteria a zero pretese se non quella di fracassare i timpani, sono gli ingredienti base della band Israeliana. Sound scarno, ruvido all’estremo, molto semplice e, come si dice dalle mie parti, meravigliosamente ignorante. Niente di più e niente di meno. Il problema è che i Monotonix, se dal lato “sonoro” sono fin troppo facili da inquadrare, dal punto di vista dello spettacolo, sono una tempesta di proporzioni bibliche che fatica a essere descritta a voce, figuratevi in poco più di una cartella. Sette pezzi in scaletta, nell’ordine “Nasty fancy”, “Before I pass away”, “Fun fun fun”, “Body language”, “I want everything that I see”, “Never died before” e “Summer and autumns” per meno di un’ora di concerto. Come ho recuperato la scaletta? Facendomela dettare direttamente da un Haggai Fershtman rigorosamente in mutande, madido di sudore a fine concerto. Ore dieci: si può accedere al primo piano del circolo milanese dove è allestito, come sempre, il palco. Un palco su cui però trovano posto solamente due amplificatori: la batteria è sistemata sul un tappeto rosso a centro platea, del resto non c’è traccia. Ore dieci e venti: dal camerino escono in ordine Ami Shalev (voce), Haggai Fershtman (batteria) e Yonatan Gat (chitarra): petto nudo estremamente villoso, mutande d’ordinanza, calzettone bianco in bella vista e Converse. Ore dieci e trenta: la batteria pesta in modo furibondo, i due amplificatori grattano sotto i colpi di Ami che, reclamando più riverbero possibile al mixer (…), inizia una danza a metà tra il rituale pagano e la possessione demoniaca. Ore dieci e quaranta: le persone più a contatto con il trio sono benedette ripetutamente con acqua e birra. La batteria avanza di due metri: inizia una processione che porterà la band a misurare l’intero circolo in lungo e in largo suonando su ogni superfice utile, dal bancone del bar ai tavolini del merchandising (lanciando vinili a casaccio). Ami decide nell’ordine di: mettersi a cantare tenendo la testa infilata nella maglietta di un poveraccio in evidente apprensione, lanciarsi ripetutamente dal palco principale e dai tavolini sparpagliati nei vari angoli della location, issare una poltrona-divanetto di dimensioni consistenti e gettarla sulla platea per poi buttarcisi di testa. Poi non contendo eccolo prendere lo sgabello della batteria, farsi sollevare da quattro malcapitati e mettersi a suonare l’impianto luci della Casa 139, sospeso per aria in equilibrio precario. E dopo un cordialissimo saluto all’insegna della sobrietà al nostro celebre presidente del consiglio, perché non sfondare la batteria definitivamente? Fatto trenta… Poco dopo le undici la band allestisce un piccolo bowling fatto di tamburi, piatti e via dicendo, fracassando il tutto nel tripudio generale. Suonata la mezza, oramai sfiniti e coperti di sudore, i tre gettano la spugna annunciando in conclusione di set un imminente ritiro dalle scene. Nessuno sembra crederci, partono applausi a scena aperta, lo spettacolo finisce e tutto torna (quasi) come prima. Mentre Yonatan si occupa di vendere magliette e dischi, Ami e Haggai si concedono per alcune foto, quattro chiacchiere, autografi a profusione e quant’altro. Come ho già detto, è lo stesso Haggai, assolutamente disponibile e di buon umore (una persona deliziosa), a dettarmi la scaletta. Chiedo conferma della notizia, se quello in corso è veramente l’ultimo tour. Haggai mi risponde serenamente da dietro i baffoni, garantendomi che è tutto vero, che quelle in programma nei prossimi giorni saranno le ultime date in assoluto per la band e che dopo tanto girovagare, è tempo di tornare in Israele dalle famiglie. Il 3 e il 4 marzo suoneranno rispettivamente a Roma e Torino, il 5 a Evreux (Francia) e il 6 a Londra. Segnatevi dunque queste date perché sono ufficialmente le ultime occasioni per assistere allo show dei Monotonix prima che passino alla storia. Fatta l’esperienza, potrete raccontare a tutti di come siete stati letteralmente travolti da questi tre folli capelloni quando ancora giravano per l’Europa a piede libero: una voce, una chitarra e una batteria.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Nasty fancy”

“Before I pass away”

“Fun fun fun”

“Body language”

“I want everything that I see”

“Never died before”

“Summer and autumns”




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TAGS: casa 139, Concerti, Live, Milano, Monotonix, Reports


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