Concerti, Eugenio Finardi: la recensione dello show di Milano
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25 feb 2011 - Una rapida occhiata in giro fa capire che l’appuntamento ai Magazzini Generali è dedicato quasi esclusivamente a nostalgici ed affezionati del cantautore milanese. Una buona affluenza per salutare il ritorno di Eugenio Finardi alla classicità del concerto rock dopo avere vagato dove lo portava il talento e l’intelletto – entrambi presenti in grandi dosi -, tra un’escursione nel fado con Marco Poeta e Francesco Di Giacomo; una nel blues con il cd dei sogni “Anima blues”, come ha sottolineato durante il concerto introducendo “Mojo philtre” e un’altra ancora con la rilettura delle canzoni del poeta russo Vladimir Vysotski con l’aiuto dell’ensemble di musica contemporanea Sentieri Selvaggi. Giusto per rimanere nelle cose più significative dell’ultimo decennio.Finalmente un concerto rock, un ritorno alle origini assecondato da cinque giovani compagni di avventura: due chitarre, basso, hammond (e tastiere in generale) e batteria. Sin dall’attacco di “In trappola” si legge negli occhi di Eugenio, nonostante qualche piccolo problema di audio che verrà sempre più aggiustato con l’andare del concerto, la gioia di – parole sue – “…finalmente suonare con una chitarra alla mia destra e una alla mia sinistra…” e negli occhi dei musicisti la felicità di poter supportare uno che era Grande prima ancora che loro fossero nati. Il mio personale entusiasmo sale in quota con la seconda canzone della serata “questa è la prima canzone del mio primo album”, questa è “Se solo avessi”. Una canzone del 1975, una canzone che ha il pregio di materializzare le sonorità di tutta un’epoca e una stagione che, con atroci e devastanti e imperdonabili difetti, era intrisa di illusioni più grandi della vita. Questo è il motivo per il quale propone “Giai phong”, ispirata dalla lettura di Tiziano Terzani, nonostante a distanza di tempo e al cospetto della storia risulti molto meno trionfale di quando fu scritta. Dedica “Soweto” a Nelson Mandela “l’unico tra i grandi che non mi ha mai deluso dimostrando che si può gestire il potere senza essere stronzi”. Riascoltando “F104”, del 1981, ci si accorge di come è drammaticamente attuale e di come non ci sia limite al peggio. Nella setlist non mancano le “radiofoniche” “Dolce Italia”, “La forza dell’amore” e “Uno di noi”, cover di “One of us” di Joan Osborne “una che avevo perso di vista e poi ho scoperto che in fondo non è finita male, è la cantante dei Grateful Dead”. Personalmente ho trovato un filo sotto la mia attesa “Non è nel cuore”, ma non saprei neppure avvalorarne il motivo. Il concerto fila gioioso tra il parlato a introdurre la gran parte delle canzoni di Finardi e i voli chitarristici di Paolo Zanetti e Giovanni Maggiore. In chiusura di concerto arrivano, come da copione, i cavalli di battaglia “La radio” e “Extraterrestre”, il pubblico gradisce la proposta e non poteva essere altrimenti. L’uscita di scena dura giusto l’attimo perché si gridi “fuori, fuori!” e via all’attacco di “Musica ribelle”. La voce di Eugenio è decisa, i ghirigori in punta di voce qui non servono, la potenza del messaggio e delle note è intatto nonostante quest’anno cada giusto giusto il trentacinquesimo anniversario della canzone. Una coda musicale che prelude ai saluti finali, così penso io e mi aggiungo…anche perché dopo una canzone del genere non si può fare niente altro…e invece l’uomo vestito di nero con una bianca coda di capelli imbraccia nuovamente la chitarra e parte “Hey Joe”. Una credibile “Hey Joe”, in un attimo capisco che è sempre il momento di ascoltare “Hey Joe” e capisco che il ragazzino che ero non ha sbagliato ad amare di un amore particolare Eugenio Finardi. Prima di congedarsi, dopo quasi due ore di concerto, “un’altra canzone che è di grande attualità”: “Saluteremo il signor padrone”. So long, Eugenio! (Paolo Panzeri)
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