Concerti, Wire: la recensione dello show di Mezzago




Concerti, Wire: la recensione dello show di Mezzago 23 feb 2011 - Spostare la date degli Wire dal Live di Trezzo al Bloom di Mezzago è stata una buona mossa. Il Bloom si è rivelato la location perfetta sia per capienza (decisamente ridotta rispetto al Live e più adeguata), che per il mood in generale. Gli Wire oggi non sono una band che tira, non riempiono palazzetti di adolescenti infervorati e non fanno troppo notizia quando annunciano un tour. C’è però un disco nuovo da promuovere e poter vedere all’opera Colin Newman e compagnia dal vivo è comunque una buona notizia, principalmente per chi ha già varcato la soglia minima dei Trenta (ma dovrebbe esserlo anche per gli altri, sia chiaro). La platea “old school” del Bloom si riempie abbastanza in fretta. Intorno alle nove e trenta arriva l’ora dei Weekend, band di San Francisco chiamata ad aprire la serata. Un trio basso chitarra e batteria all’insegna del post punk a cavallo tra Joy Division e Jesus and Mary Chain, che non disdegna di giocare a fare gli Editors e che potremmo “vendere” come l’alternativa incazzata dei White Lies. Niente di nuovo quindi, ma va detto che i tre sul palco non hanno certo risparmiato sui volumi e sulle distorsioni, pestando come Dio comanda. Tanto meglio e in bocca al lupo: i presenti gradiscono. Gli Wire invece, accompagnati in questo tour da Matt Simms alla chitarra, si presentano al Bloom allestendo il palco: chitarre, pedaliere, setlist incollata agli amplificatori. “Pink flag” è datato 1977 e questi si montano ancora il palco per conto loro. Chapeau. Durante i preparativi dalla platea si leva un “Happy birthday Lewis!”: Graham Lewis, di nero vestito, scosta il basso, si sporge e ringrazia con un cenno. Il set degli Wire, lo stile degli Wire, è tutto qui: poche parole e muso duro. Un’ora e venti di musica, tirate post punk senza fronzoli che hanno praticamente segnato la storia di un genere. La setlist pesca dalla produzione anni Settanta/Ottanta della band, tralasciando in pratica la parentesi Novanta e il penultimo “Object 47” per poi dedicarsi quasi completamente al nuovo “Red barked tree”. E sono i pezzi di quest’ultimo a fare la figura migliore, su tutti “Moreover” (vera sorpresa in versione live), “Bad worn thing” e la stessa titletrack. La band c’è: non saremo certo noi a insegnare a Colin Newman a stare su un palco. Poco importa allora che la band non dica una parola, nemmeno per commentare i due bambini (!) attentissimi piazzati in prima fila: Lewis manda quasi a quel paese il tecnico luci per il troppo fumo sul palco e il capitolo empatia lo chiudiamo qui. Diciotto pezzi in totale inclusi i due rientri. Gli Wire, dopo tanto tempo passato sul palco (e in studio), forse non brillano più come una volta, e ho notato una certa indolenza specialmente all’inizio del set (forse dovuta anche alla risposta della platea, entusiasta ma fin troppo composta). Per quanto invecchiati hanno però dimostrato ancora una volta di essere una band di “quasi” sessantenni capaci di mettere in riga chiunque. Il sound è forse ancora più duro e massiccio, arricchito dal peso del tempo che passa per tutti: due pezzi come “Spent” e “Boiling boy” messi a chiudere la prima parte del set, certi gruppetti di sbarbatelli tatuati che giocano a fare i punk se li possono solo sognare. Gli Wire visti al Bloom in definitiva hanno dato a tutti un’idea di cosa dev’essere stata la band ai tempi di “Pink flag”, “Chairs missing” e “154” senza sfigurare nel confronto. Era questo che si gli si chiedeva e questo abbiamo ottenuto.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Smash”

“Advantage in height”

“Comet”

“Please take”

“Red barked tree”

“Kidney bringos”

“Clay”

“Bad worn thing”

“Moreover”

“Two people in a room”

“106 beats that”

“Boiling boy”

“Spent”

Encore 1

“Down to this”

“Drill”

“Underwater experience”

Encore 2

“Adapt”

“Pink Flag”




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TAGS: Bloom, Concerti, Live, Mezzago, Reports, Wire

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