Concerti, Fistful Of Mercy: la recensione dello show di Milano
10 dic 2010 - E’ una serata da manuale, per certi versi, quella che ha visto protagonisti i Fistful Of Mercy all’Alcatraz di Milano. Arriva in città un supergruppo, suona in un locale più piccolo di quello che LA star riempirebbe da solo; la gente è lì per lui, ma il supergruppo fa poche concessioni, e sostanzialmente fa la sua musica. “E’ come essere in una band con Jimi Hendrix”, dice ad un certo punto Joseph Arthur dopo un assolo infuocato di Ben Harper. L’Alcatraz di Milano è mezzo pieno (o mezzo vuoto, a seconda dei punti di vista), e quella metà di gente è principalmente lì per lui. Ben Harper se ne sta a lato, sotto un cappellaccio e con una camicia a quadri, e cerca di non rubare troppo la scena ai compagni: suona la chitarra e canta in armonia con Arthur e Dhani Harrison. Il primo vocalizzo solista arriva alla terza canzone, viene accolto da un boato. Non ha bisogno di questo supergruppo, anche se per i Fistful Of Mercy ha persino rimandato l’uscita del disco solista, previsto per ottobre e in arrivo la prossima primavera. Probabilmente non ne ha bisogno neanche il figlio di George, che sta sul lato opposto: è il jolly musicale della situazione, quello che passa da uno strumento all’altro. Al centro c’è Arthur, una carriera iniziata bene, sotto l’ala protettiva di Peter Gabriel e della sua Real World, che poi un po’ si è persa per strada. E’ quello che è più motivato e si vede. Ma i tre non si prendono troppo sul serio, e hanno stabilito delle regole chiare: tutto il disco inciso assieme (“As I lay you down”, da poco uscito anche in Italia), un brano proprio a testa, e diverse cover. Le canzoni del disco funzionano a tratti, sono inevitabilmente più scarne (la formazione sul palco, oltre ai tre comprende solo una violinista), e il plauso va a “Fistful of mercy” , quella in cui il songwriting e le tre voci si armonizzano meglio. Le canzoni soliste funzionano per modo di dire: Ben Harper sceglie una “Please me like you want me to” dal suo vasto canzoniere, e fa la sua figura. Arthur infila la sua canzone migliore, “In the sun”; gran pezzo, ma è impietoso il confronto con la versione-omaggio che qualche tempo fa incise Michael Stipe con la collaborazione di Chris Martin: Arthur ha una voce espressiva, ma non paragonibile a quella dei cantanti di R.E.M. e Coldplay. Il pezzo di Harrison, “Another John Doe”, è anonimo. Nelle cover i tre si lasciano andare un po’ di più: “Buckets of rain” (dal Dylan di “Blood on the tracks”) rivela le origini folk del trio. Un’improvvisata versione di “Stayin alive” messa in coda a Things go ’round è cazzeggio puro. “To bring you my love” di PJ Harvey è lato più rock ed oscuro. Ma “Pale blue eyes” dei Velvet Underground grida vendetta: la versione dei FoM è disarmonizzata, e con diverse imprecisioni nell’esecuzione; va bene il cazzeggio, ma così… In sostanza, i FoM si divertono, ma non sempre divertono. Anzi, la sensazione è che il non prendersi troppo sul serio abbia preso un po’ troppo la mano al trio, che ha messo in scena un concerto con qualche raro momento di intensità e molta musica un po’ raffazzonata. L’altra sensazione è che ai tre, in fin dei conti, dei FoM non importi poi granché. Un progetto che non andrà lontano, se l’impegno dei tre è di questo tipo.
(Gianni Sibilla)
Setlist
I don’t want to waste your time
In vain or true
As I call you down
Buckets of rain
30 bones
Fistful of mercy
Please me like you want to
Restore me
In the sun
Another John Doe
Things go ’round
Father’s son
———————
To bring you my love
Pale blue eyes
Scandalous
With whom You belong
… Leggi l'articolo originale …
TAGS: Alcatraz, Concerti, Fistful Of Mercy, Live, Milano, Reports
(Gianni Sibilla)
Setlist
I don’t want to waste your time
In vain or true
As I call you down
Buckets of rain
30 bones
Fistful of mercy
Please me like you want to
Restore me
In the sun
Another John Doe
Things go ’round
Father’s son
———————
To bring you my love
Pale blue eyes
Scandalous
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