Concerti, Wovenhand: la recensione dello show di Milano




Concerti, Wovenhand: la recensione dello show di Milano 30 nov 2010 - Wovenhand al Magnolia, una di quelle date che passano immancabilmente inosservate, ma che spesso riservano più di una sorpresa. Non sono tra le band più conosciute, il Magnolia non è in centro ed è lunedì. Ergo poca gente? Mica vero, anzi. David Eugene Edwards è un personaggio, non ci sono dubbi. Ha fondato i Wovenhand nel 2001 come progetto solista staccandosi dai 16 Horsepower. La creatura è cresciuta e si è trasformata in una band a tutti gli effetti (reclutando membri dai 16 Horsepower stessi…) che nel corso degli anni ha dato alle stampe almeno tre album su otto (tra inediti, colonne sonore e progetti vari) di ottima fattura come “Mosaic”, “Ten stones” e l’ultimo meraviglioso “The threshingfloor”, protagonista come da copione della serata milanese e di questo tour. Per chi non lo sapesse, siamo nel campo del rock psichedelico, spesso virato verso uno stoner pesante e fortemente influenzato da elementi folk e world music, in modo particolare dalle melodie tradizionali nativo americane. Sentire Edwards e compagnia dal vivo è un’esperienza che va dal mistico al trascendentale, uno spettacolo lisergico d’altri tempi che non sarebbe per niente dispiaciuto ai Doors ed ai loro fan. Edwards come Jim Morrison: sciamanico, affascinante, ascetico. Il set dura la bellezza di un’ora e quaranta per un totale di soli tredici pezzi, un conto che rende l’idea delle dilatazioni di ogni singolo momento: suoni prima tesi e poi rilassati, accompagnati dal pestare incessante dei tamburi e della batteria, il tutto immerso in una nebbiolina artificiale ad hoc che rende l’atmosfera particolarmente densa. Il set si apre con una cover dei Joy Divison, “Heart and soul”, tanto per rimanere in tema “poeti maledetti”. Arriveranno poi “Threshing floor” l’arcigna “A holy measure”, assolutamente ipnotica nel suo incedere rarefatto pronto a esplodere in un finale imponente, “His rest”, “Raise her hands” e la conclusiva “Your Russia”. Si fatica a distinguere un pezzo dall’altro, le pause sono rarissime e Edwards non concede tregua alla sua perenne salmodia, scacciando spiriti a mani aperte in trance perpetua. Uno spettacolo che cattura, un sound in cui è facile (e auspicabile) perdersi. L’encore si apre con la ballata “Whistling girl”, uno dei pezzi più attesi della serata, seguita dall’intensa “Winter shaker”, che chiude il tutto esaurendo la quantità di aggettivi attribuibili al suono dei Wovenhand e al carisma del loro leader. E’ molto facile criticare quando i live non sono all’altezza delle aspettative, più difficile rendere giustizia a set ottimi come quello dei Wovenhand al Magnolia. La verità è che quando c’è la sostanza, non si fa caso a dettagli come i piccoli problemini tecnici in avvio o la completa mancanza di comunicazione verbale tra band e pubblico: dopo un’ora e quaranta di musica di questo tipo non m’interessa sapere cosa ne pensa la band di Milano, basta un grazie sincero (di un Edwards provato) nel finale e siamo tutti contenti. Sarebbe bello sentir parlare sempre più spesso dei Wovenhand, anche fuori dalla cerchia degli appassionati più ortodossi, magari un po’ nostalgici. I live, in questo senso, rimangono l’occasione migliore per “diffondere il verbo” e vanno supportati in ogni modo. In un mondo ideale oltre alle magliette con la facciona di Jim Morrison, i teenager dovrebbero girare anche con le t-shirts dei Wovenhand. Magari con il tempo… chissà. Per adesso accontentiamoci di promuoverli a pienissimi voti.

(Marco Jeannin)

SETLIST

“Heart and soul”

“Sinking hands”

“Threshing floor”

“A holy measure”

“Raise her hands”

“His rest”

“Orchard gate”

“Kingdom of ice”

“The speaking hands”

“Tin finger”

“Your russia”

encore

“Whistling girl”

“Winter shaker”




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TAGS: Concerti, Live, Magnolia, Milano, Reports, Woven Hand, wovenhand

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