Concerti, Broken Social Scene: la recensione dello show di Milano




Concerti, Broken Social Scene: la recensione dello show di Milano 12 nov 2010 - Dopo i Gaslight Anthem, i Magazzini fanno il pieno anche con i Broken Social Scene. Non c’è il tutto esaurito ma poco ci manca, l’affluenza è copiosa e davanti si comincia a stare stretti già durante il set dei Picastro. Ecco, due paroline sui Picastro vanno spese. Il gruppo spalla esiste per una serie di buoni motivi, tra i quali scaldare la platea, presentarsi nel migliore dei modi sfruttando la data di qualche fratello maggiore e via dicendo. Insomma: un antipasto come si deve, di quelli che ti fanno venire fame. Cosa che evidentemente sfugge ai Picastro, terzetto letargico (chitarra, batteria e violoncello) senza un briciolo di voglia di vivere. Che poi se uno ci si mette d’impegno, delle cose positive (pochine) le trova nei cinque pezzi presentati alla platea milanese, ma serve tanta, tanta buona volontà. Questi se ne vanno come sono venuti e tanti saluti. Mah. Appena suonate le dieci invece tocca ai ben più briosi Broken Social Scene. La band di Toronto si presenta in formazione a nove, in netta sovrabbondanza di chitarre, come di consuetudine (quattro !!!), e carica a puntino. I nostri hanno festeggiato dieci anni di attività da poco, dieci anni che hanno prodotto quattro album, di cui l’ultimo “Forgiveness rock record” uscito giusto quest’anno e protagonista assoluto della serata in questione. A guidare il collettivo c’è come sempre Kevin Drew, di blu incappucciato, accompagnato dal fido Brendan Canning, leggermente più defilato rispetto al co-fondatore del collettivo canadese. Il suono dei Magazzini è potente, fin troppo. Se l’anno scorso era il volume a latitare, quest’anno la manopola è stata girata a dovere. Ogni tanto sparisce ancora una chitarra o parte della voce nel mixer (dettagli), ma in compenso le prime file possono tornare a casa senza l’udito. Sul palco invece funziona tutto, esattamente quello che ci si aspetterebbe da una band canadese, alla maniera dei più popolari Arcade Fire: la band gira in modo molto organico, i “nove” (espressione che fa un po’ Tolkien, ma garantisco che questi sono molto più piacevoli) si scambiano posizioni e strumenti, ognuno fa il proprio mestiere e il risultato è un set energico di ottimo indie rock (sono gli stessi Canning e Drew a ricordarci il Juno awards vinto nel 2003 da “You forgot it in people” come miglior album alternative, forse per tirarsela un po’) che dal vivo si prende qualche libertà prog e più tradizionalmente rockettara. Le quattro chitarre si fanno sentire imbastendo livelli sonori interessanti, una d’accompagnamento, due linee solistiche che giocano a farsi da contrappunto e la quarta a legare il tutto. Si comincia con “World sick”, seguita da “Texico bitches” e dalla superba “7/4 Shoreline”, forse uno dei pezzi migliori dei BSS. Arrivano poi “Fire eyed boy” e la tirata rock un po’ Motorpsycho (loro però fanno tutto solamente in tre, e questo potrebbe, dico potrebbe, dare da pensare) “Forced to love”. Qui si chiude quella che Drew definisce l’apertura ufficiale del set ed è lo stesso Drew a riportare alla memoria i sei anni passati dall’ultima data in Italia del collettivo canadese. Un amarcord che scalda gli animi e apre alla parte centrale del set. Una parte centrale a dire il vero, un filino troppo lunga e “composta”. I Broken Social Scene sono un piacere da vedere e da ascoltare. L’impressione però è che tutto sia molto ordinato, un po’ freddino anche quando il suono si dilata, i pezzi si allungano e si entra quasi nel campo della jam, con tromba e sax ad accompagnare, eccezion fatta per l’ottima “Meet me in the basement” con cui si chiude la prima parte del set in un crescendo tiratissimo. Tanto che Drew, e finalmente aggiungo io, in piena carica agonistica decreta la fine di quella farsa che è l’uscita della band prima dell’encore. Il buon Kevin si piazza davanti al microfono e non lo molla per un secondo. Piuttosto passeggia ma il palco non lo abbandona mai. Il rientro conta quattro pezzi (in ordine diverso rispetto alla scaletta “rubata” a fine concerto) che con il resto fanno un totale di ventuno. “Looks just like the sun”, “Ibi dreams of pavement / It’s all gonna break” e “Major label debut” (titolo capolavoro) portano a casa game, set e partita. Sinceramente? Sono rimasto piacevolmente colpito, non che ce ne fosse bisogno, dalla quantità e dalla densità dell’intero set milanese dei Broken Social Scene, un collettivo ormai adulto e impossibile da accostare a una qualsiasi band indie. Sanno suonare, lo fanno bene – e tanto – e hanno dalla loro almeno cinque o sei pezzi ben sopra la media. La sensazione di aver assistito a un set con il freno a mano tirato però rimane e mi lascia con la curiosità di sapere come sarebbe stato altrimenti. Viste poi le potenzialità della band, toccate con mano in tutti e ventuno i pezzi in scaletta, un punticino al giudizio finale va tolto. Giudizio che, comunque, non può non essere più che positivo.

(Marco Jeannin)

SETLIST

World sick

Texico bitches

7/4 shoreline

Eye’d boy

Forced to love

All to all

Stars and sons

Cause=time

Sweetest kill

House director

Hotel

Guilty cubicles

Superconnected

Anthems for a 17 year-old girl

Lover’s spit

KC Accidental

Meet me in the basement

Encore

Looks just like the sun

Ibi dreams of pavement / It’s all gonna break

Major label debut




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TAGS: Broken Social Scene, Concerti, Live, Magazzini Generali, Milano, Reports

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