Concerti, John Hiatt: la recensione dello show di Milano
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27 ott 2010 - Per pura coincidenza, o forse perché dai tempi dei dischi di successo della seconda metà degli anni ’80 il suo seguito si è progressivamente assottigliato, John Hiatt dal vivo in Italia si è sempre visto pochissimo. In pochi mesi le cose sono cambiate, con due concerti milanesi tenuti a distanza ravvicinata: prima al Conservatorio, con una “salottiera” esibizione acustica a due voci a fianco di Lyle Lovett (era il mese di febbraio), due sere fa con un più tradizionale show “elettrico” andato in scena sul palco del poco sfruttato Auditorium di corso San Gottardo (ci sono passati Nick Cave, Elvis Costello, Suzanne Vega e pochi altri). Scelta azzeccata, anche se ci sono poltrone vuote e qualcuno rimpiange l’atmosfera raccolta del club: la sala è comoda e accogliente, l’acustica calda e adatta alla musica di Hiatt e del suo “combo”, attentissimi al controllo dei toni e dei volumi, alla gestione delle dinamiche e alle sfumature timbriche. Quando i quattro attaccano con la vecchia “Drive South” (da “Slow turning”, 1988, molto saccheggiato) si capisce che siamo distanti anni luce dalle ultime, dignitose ma tutto sommato opache prove di studio del cantautore di Indianapolis. Magrissimo, in jeans e con il cappello in testa, John sembra in piena fiducia e in assoluto relax, dinoccolato e sorridente, con una voce stagionata e e soul che ancora “gratta” inconfondibilmente sugli acuti. E Doug Lancio, il chitarrista solista con un bel “rack” di strumenti a disposizione, si dimostra una spalla formidabile, concentrato sulla ricerca del mood, della sottolineatura e del riff giusto più che sul virtuosismo acrobatico. Il resto lo fa un mazzo di grandi canzoni, scritte in uno stile d’altri tempi che attinge a un ricco vocabolario di parole e di suoni: molta elettricità ma anche chitarre acustiche, armonica (“Walk on”) e mandolino (“Cry love”), il rock and roll di “The open road” (title track dell’ultimo disco, dieci volte meglio della versione di studio) ma anche il “blues and grass” – la definizione è dell’autore – della stupenda “Crossing muddy waters” e una robusta dose di blues, con un gran trittico che si apre con “Lift up every stone”, si chiude con il serrato dialogo di chitarre elettriche di “My baby” e si esalta con “Like a freight train” e il suo crescendo quasi zeppeliniano. E’ il momento delle presentazioni: oltre al prode Lancio da Nashville, Tennessee, meritano l’applauso il bassista californiano Patrick O’Hearn e il batterista Kenneth Blevins, direttamente dalla Louisiana in calzoni corti da turista. La seconda parte del set tiene alta l’asticella. John dedica la bellissima soul ballad “Feels like rain” alla moglie e alle “cose che uno scopre solo dopo il matrimonio” (mentre il ticchettio delicato degli strumenti, sul finale, evoca le gocce di pioggia), “Slow turning” è una giostra chiusa da una rullatona finale alla Max Weinberg, “Icy blue heart” un momento di delicato romanticismo, mentre “Tennesseee plates” e “Memphis in the meantime” ruggiscono sulle highways del Sud con il loro vecchio, affidabile motore dixie. E “Have a little faith in me”? Arriva, immancabile, nei bis: senza pianoforte e con due chitarre, punta verso il country soul di Solomon Burke e degli Staple Singers ed è sempre meravigliosa. Tocca infine a “Riding with the king” (un grande successo per Eric Clapton e B.B. King) chiudere con i fuochi d’artificio, tra un assolo entusiasmante di un Lancio lasciato a briglie sciolte e un grande acuto finale del vocalist. E chi se lo aspettava, un Hiatt così?(Alfredo Marziano)
“Drive South”
“Perfectly good guitar”
“Walk on”
“Crossing muddy waters”
“The open road”
“Lift up every stone”
“Like a freight train”
“My baby”
“Cry love”
“Your dad did”
“Feels like rain”
“Slow turning”
“Icy blue heart”
“Real fine love”
“Tennessee plates”
“Memphis in the meantime”
“Have a little faith in me”
“Riding with the king”
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TAGS: Auditorium, Concerti, John Hiatt, Live, Milano, Reports
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