Concerti, Black Mountain: la recensione dello show di Milano




Concerti, Black Mountain: la recensione dello show di Milano 30 set 2010 - La cosa che colpisce subito dei Black Mountain è il loro aspetto: sembrano davvero usciti dagli anni ‘70. Magari da un documentario sugli hippy di Woodstock, oppure dalla San Francisco lisergica dei Grateful Dead. Quando Stephen McBean e soci salgono sul palco verso le dieci e venti alla Salumeria della Musica, unica data italiana della loro tournée, è proprio questo pensiero ad attraversare subito la mente. E quando imbracciano gli strumenti e fanno partire “Wilderness heart”, sostenuta da un riff che più alla Deep Purple non si può, confermano che anche la loro musica preferisce guardare al passato piuttosto che al futuro.
  Per cui, bando agli equivoci, quello che conviene aspettarsi dal loro live è questo: un mix di hard rock e psichedelia, con una spruzzatina di metal alla Black Sabbath qua e là. A parte queste considerazioni, bisogna comunque dire che la band dal vivo se la cava egregiamente: la voce e la chitarra di Stephen McBean – che sembra un po’ il “Drugo” del Grande Lebowski – guidano sempre la band, il basso di Matt Camirand è un vero martello e si integra ottimamente con il synth e le tastiere di Jeremy Schmidt, soprattutto nei momenti più strumentali. L’unica nota stonata del quintetto, a dirla tutta, è proprio Amber Webber, la frontwoman che si alterna alle voci con McBean: rimane praticamente immobile per tutto il concerto e si guarda attorno quasi con aria spaesata. Peccato, vista l’energia di questa musica, che si trascina tra pezzi hard rock come l’ottima “Roller coaster” e altri psichedelici come “Radiant hearts” o “Wucan”, sicuramente uno dei pezzi più riusciti, serviva qualcosa in più da parte sua. Ogni tanto i Black Mountain rallentano anche il ritmo e i decibel, adagiandosi su ballate più dolci come “Buried by the blues”, bel pezzo semiacustico dove le voci dei due cantanti si intrecciano piacevolmente. La scaletta abbonda di brani dall’ultimo disco “Wilderness heart”. Ma non mancano canzoni del secondo album “In the Future”, mente dall’omonimo esordio viene estratta la sola “Don’t Run Our Hearts Around”. Una scelta discutibile, perché nel primo disco la band aveva tirato fuori più di un pezzo degno di nota. Il pubblico applaude e sembra soddisfatto, ma non proprio entusiasta.
  Insomma, il punto di forza dei Black Mountain, come detto, è al tempo stesso il suo tallone d’Achille: la scelta di suonare sempre così vintage può colpire all’inizio, ma tende a stancare un po’ alla lunga. È difficile imbattersi in riff e melodie che non sappiano di già sentito, nonostante il gruppo li suoni con una discreta freschezza. L’acustica della Salumeria della Musica inoltre non li aiuta molto, rendendo il suono a tratti troppo ovattato. Quando il gruppo conclude i bis con la lunghissima “Druganaut”, l’impressione è di essere soddisfatti a metà. Ma ci riserviamo di dare al gruppo una seconda possibilità. Chi lo sa, magari i Black Mountain impareranno a vivere un po’ più “In the Future”, parafrasando il titolo del loro album.
  (Giovanni Ansaldo)
  Scaletta:
  Wilderness Heart
  Evil ways
  Let spirits ride
  Wucan
  Tyrants
  Buried by the blues
  Radiant Hearts
  Angels
  Old fangs
  Roller coaster
  Stormy high
  Don’t Run Our Hearts Around
  Encore:
  The hair song
  Queens will play
  Druganaut
 


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